domenica 1 luglio 2018

Chi c’è dietro il depistaggio di via d’amelio?

[Dolore entrando nel mondo e dolore nel lasciarlo ma il tempo che intercorre compensa tutto.  Anonimo] La strage di via D'Amelio è ''emblema della cattiva pratica investigativa''. Lo ha detto Fiammetta Borsellino, figlia del procuratore aggiunto di Palermo Paolo ucciso nella strage di via Mariano D'Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, partecipando al dibattito ''Lettera aperta ai giovani di Palermo'', all'orto botanico di Palermo nell'ambito di ''Una Marina di libri''. ''Non è stato preservato il luogo della strage - ha aggiunto - E’ passata una mandria di bufali. E' stata prelevata una borsa che è passata di mano in mano e lo stesso magistrato Ayala ha dato tantissime versioni anche discordanti''. "Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Nero su bianco, per la prima volta, i giudici di Caltanissetta scrivono del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater la Corte d'assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino. A distanza di un anno e due mesi dalla pronuncia del dispositivo, è stata depositata la motivazione della sentenza che ha condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Le motivazioni, lunghe 1.865 pagine, ricostruiscono anche il clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage costata la vita a Borsellino e agli agenti della scorta. La corte d’assise di Caltanissetta, dunque, usa parole durissime verso chi condusse le indagini: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato. Sarebbero stati loro a compiere “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”. La Barbera è morto, l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta, forse a maggior ragione dopo questa sentenza, si continuerà a indagare. Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio. E una nuova inchiesta è già in fase avanzata e riguarda i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera. Ma quali erano le finalità di uno dei più clamoroso depistaggi della storia giudiziaria del Paese? si chiedono i giudici. La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata – scrivono i magistrati – dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”, e, sospetto ancor più inquietante, “l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”. I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato. La Barbera, secondo la corte, ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. L'udienza preliminare non è stata ancora fissata. Il processo è stato chiesto per il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e per i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Per tutti l'accusa è di calunnia in concorso. L'inchiesta è coordinata dall'aggiunto Gabriele Paci e dal pm Stefano Luciani.

   

2 commenti:

  1. Sono stati rinviati a giudizio dal gip di Caltanissetta i tre poliziotti Fabrizio Mattei, Mario Bo e Michele Ribaudo, accusati di avere depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Nei confronti dei tre agenti di polizia l’accusa è di calunnia aggravata. Al centro del lavoro degli inquirenti c’è quanto fatto dal pool coordinato da Arnaldo La Barbera all’indomani delle stragi palermitane del ’92, che avrebbe fondato le proprie inchieste sulle testimonianze di falsi pentiti, come Vincenzo Scarantino. I tre figli del magistrato, Lucia, Fiammetta e Manfredi si sono costituiti parte civile in questo processo che più di ogni altro vede lo Stato portare alla sbarra pezzi di se stesso. “La verità verrà fuori solo se loro parlano e rompono questo muro di omertà”, ha commentato Fiammetta Borsellino, sottolineando: “Questo è un inizio, nella consapevolezza che ci sono grossi pezzi dello Stato implicati in questa vicenda. Il silenzio di questi poliziotti è peggio dell’omertà dei mafiosi”. La prima udienza si terrà il 5 novembre al tribunale di Caltanissetta.

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  2. La Procura di Caltanissetta ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D' Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, avviata a carico di quattro poliziotti del pool che indagò sugli attentati del '92. La richiesta, che ora è al vaglio del gip, riguarda Giuseppe Antonio Di Ganci, Giampiero Valenti, Domenico Militello e Piero Guttadauro. I poliziotti erano accusati di concorso in calunnia: avrebbero costruito ad arte a tavolino una finta verità sulla fase esecutiva della strage imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino e costringendoli ad accusare persone, poi rivelatesi innocenti. Della stessa accusa rispondono i funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, per cui però la Procura ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. I tre sono sotto processo davanti al tribunale nisseno. A svelare il depistaggio dell'inchiesta, costato l'ergastolo a otto mafiosi poi rivelatisi estranei ai fatti, è stato il lavoro dei magistrati nisseni che, dopo il pentimento del boss Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini. Si è scoperto cosa accade davvero e che ruolo ebbe nell'attentato la 'famiglia" mafiosa di Brancaccio, rimasta fuori dall'inchiesta per anni. Per la Procura, i poliziotti, depistando l'indagine e suggerendo a Scarantino e ad altri due finti pentiti "false verità" sull'attentato, avrebbero addirittura favorito Cosa nostra: un'accusa pesantissima che si è tradotta con la contestazione ai tre imputati del reato di calunnia in concorso aggravata dall'aver favorito la mafia.
    Al processo, oltre a diversi familiari delle vittime della strage, si sono costituti parte civile gli otto condannati ingiustamente per l'eccidio, poi assolti in revisione, che hanno chiesto 50 milioni di risarcimento del danno. "Con l’odierna richiesta di archiviazione - dice l'avvocato Giuseppe Seminara - si avvia verso la conclusione il procedimento che ha visto ingiustamente  indagati i miei assistiti Domenico Militello, Giuseppe Di Ganci e Giampiero Valenti. Agli stessi non è mai stata contestata alcuna specifica condotta e dalle indagini eseguite non è mai emerso alcun comportamento illecito o scorretto, posto in essere durante il loro servizio nel gruppo Falcone-Borsellino. Le gravi accuse sono state ritenute non sussistenti dalla Procura di Caltanissetta che ha richiesto l’archiviazione. Questi servitori dello Stato, al pari di Fabrizio Mattei e di Michele Ribaudo sottoposti al processo, sono stati ingiustamente coinvolti, da inqualificabili soggetti, nelle loro calunniose dichiarazioni rivolte ad innocenti. Non è accettabile che mentre questi servitori dello stato si siano trovati e si trovino tutt’ora ingiustamente accusati, Salvatore Candura sia stato assolto e  per Vincenzo Scarantino  sia stato dichiarato prescritto il reato. Confidiamo nell’accoglimento della richiesta di archiviazione e nel buon esito del processo in corso".

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