mercoledì 13 giugno 2018

Ince contro mErdogan

[Io voglio solo esistere in pace. Anonimo]  Se verrà eletto presidente della Turchia nel voto anticipato del 24 giugno, il candidato del laico Chp contro Recep Tayyip Erdogan, Muharrem Ince, revocherà entro 48 ore lo stato d'emergenza post-golpe, in vigore da quasi due anni. A prometterlo è stato il leader del partito, Kemal Kilicdaroglu, sostenendo che al momento "nessuno ha la sicurezza della vita e della proprietà" nel Paese, visto che "ogni patrimonio può essere confiscato soltanto con un decreto". Con questa scelta, ha aggiunto, "faremo capire al mondo che la nostra direzione va verso la democrazia". Negli ultimi giorni, lo stesso Erdogan ha ipotizzato una conclusione o revisione dello stato d'emergenza dopo la sua eventuale rielezione. Secondo il Chp, tuttavia, le norme d'eccezione "potrebbero persino essere rafforzate".  Il terremoto dell’economia turca generato nelle scorse settimane dal crollo inarrestabile della lira turca di fronte al dollaro non sembra attutirsi. La settimana scorsa la Banca Centrale ha deciso di aumentare i tassi di interesse al 17,5%, nonostante le forti resistenze del presidente Recep Tayyip Erdogan, creando una momentanea distensione. La banca ha aumentato di 4,25 punti percentuali i tassi nell’arco di un solo mese, sorprendendo molti analisti che lo hanno interpretato come segnale di una minore interferenza politica – sempre più temuta – nelle politiche monetarie del Paese da parte del presidente turco. Ma mentre Ankara si prepara al doppio appuntamento elettorale del 24 giugno – anticipato da Erdogan di 15 mesi – l’economia turca continua a dare segnali di allarme. La lira ha perso nell’inizio dell’anno circa il 16% di valore rispetto al dollaro e non sembra riuscire a riprendersi. L’inflazione è al 12,5%, mentre il deficit delle partite correnti – il “male” dell’economia turca per eccellenza – continua a crescere in maniera esponenziale, passando da 8,4 miliardi di dollari del primo quadrimestre 2017 a 16,4 miliardi di dollari in quello del 2018. Un altro punto debole dell’economia turca è la dipendenza dagli investimenti esteri, la cui riduzione dipende dalla perdita di fiducia degli investitori per il contesto politico turco. Gli esperti sottolineano che le società turche avranno grandi difficoltà a pagare i debiti contratti all’estero a causa della svalutazione della lira. Allo stesso tempo, in seguito alla decisione della Banca centrale, anche i costi dei crediti in lire turche saranno molto più alti, come gli stessi costi di produzione, che risultano essere aumentati del 20-30%. Il professor Hayri Kozanoglu, in un’intervista alla Deutsche Welle turca, sottolinea che i debiti in valuta estera delle compagnie private turche ammontano a circa 223 miliardi di dollari, da rendere per metà a banche nazionali e per l’altra metà a creditori esteri. La Oger Telecom – azionista di maggioranza della Turk Telekom – la Yildiz Holding e la Dogus, tra i principali gruppi societari turchi, hanno già chiesto la ristrutturazione dei propri debiti. Secondo gli esperti questa situazione potrebbe portare – assieme alla riduzione della dimensione delle compagnie – alla perdita di lavoro per numerose persone. Per contro, il governo turco si vanta della crescita del 7,4% registrata nel 2017. “Anche il 2018 è partito alla grande e nonostante gli attacchi economici e gli inganni continueremo a crescere su solide macro-basi”, ha scritto lunedì scorso in un tweet Erdogan. Ma diversi economisti sottolineano che una tale crescita non è sostenibile. “Perché va di pari passo con un deficit del 7% delle partite correnti e un’inflazione che supera gli obiettivi prospettati di 7 punti percentuali”, commenta l’economista Ugur Gurses su Hurriyet. A ciò va aggiunta la limitata sofisticazione nelle produzioni domestiche, e il fatto che la maggior parte delle esportazioni riguardano prodotti agricoli e manifatturieri a medio e basso contenuto tecnologico, a fronte di un vasto consumo interno che si basa su beni di importazione. “Nel 2017 il tasso delle partite correnti era pari al 4,76% del pil, mentre nel 2018 è salito al 7,87%”, aggiunge sempre Gurses. “La Turchia crede che la crescita avuta durante il periodo di liquidità abbondante e a buon costo sia uno stato di benessere prodotto da sé. Ma ora che questa liquidità sta diminuendo arranca pesantemente”. Secondo un sondaggio realizzato a maggio dalla società Metropoll il 51,5% della popolazione turca ritiene che il problema più grande del paese sia proprio l’economia. Resta solo da vedere come questa percezione si tradurrà in sede elettorale.

1 commento:

  1. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha avvertito l'Austria, che ha di recente chiuso alcune moschee ed espulso degli imam, avvertendo che queste azioni portano alla guerra di religione.    "Queste misure prese dal cancelliere austriaco stanno, io temo, portando il mondo verso una guerra fra Crociati e la Mezzaluna", ha detto il leader turco in un discorso tenuto a Istanbul. Erdogan ha dichiarato che il provvedimento del cancelliere Sebastian Kurz ha un carattere "anti-islamico" e ha promesso una risposta. Fra le misure adottate da Vienna, la chiusura di sette moschee in territorio austriaco e l'espulsione di decine di imam "finanziati dalla Turchia". "Loro dicono di voler buttare fuori dall'Austria i nostri religiosi. Credete forse che noi non reagiremo se faranno una cosa del genere?", ha detto nel suo discorso Erdogan, che già ieri aveva criticato il governo di Vienna, giudicando il suo provvedimento il "risultato di un'ondata populista, islamofoba, razzista e discriminatoria".

    RispondiElimina