giovedì 11 agosto 2016

Corleone mafiosa? Non ci posso credere

[Va ciu l'unze che u duze. Meglio l’11 che il 12.] Le sue ultime dichiarazioni pubbliche, seguite alla morte di uno dei capi storici di Cosa nostra, erano state nette: “gli onesti di Corleone si tolgono dalle spalle un pezzo di storia criminale che è stata rappresentata dal boss Bernardo Provenzano”. Una sorta di appello da parte del sindaco a chiudere con un passato ingombrante rivolto ai suoi concittadini, gli abitanti di un paese diventato tristemente famoso nel mondo per aver dato i natali a boss di prima grandezza: dal medico Michele Navarra, a Luciano Liggio, Bernardo Provenzano, Totò Riina, Vito Ciancimino … La cosa strana è che in tutti questi anni Corleone non è mai stata sciolta per presunta infiltrazione mafiosa, la cittadina che ha dato i natali a tanta brava gente non è mai stata sospettata di subire pressioni dalla mafia stessa. I “viddani”, i contadini, li chiamavano i mafiosi di città, i palermitani che, nella guerra con i paesani persero la guida di Cosa nostra. Ora Lea Savona, sindaco di Corleone eletto alle ultime amministrative con una lista civica di centrodestra, dovrà fare le valigie: costretta a lasciare dalla decisione del Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro dell'Interno Alfano, di sciogliere per infiltrazioni mafiose il Comune, insieme a quello di Tropea (Vibo Valentia), Bovalino (Reggio Calabria) e Arzano (Napoli). Una “sentenza” in qualche modo annunciata dalla dichiarazione fatta a gennaio dallo stesso Alfano che rese noto l'accesso agli atti del Comune. L'accesso - spiegò lo stesso sindaco per nulla sorpresa - riguardava l'assegnazione di alcuni appalti come quello relativo alla costruzione di un impianto polivalente nei pressi del campo sportivo. La gara finì all'attenzione della Procura di Palermo che arrestò un dipendente comunale, Antonio Di Marco, indicato dagli inquirenti come il nuovo capo mandamento. Di Marco, custode del campo sportivo, dove si sarebbero svolti anche summit di mafia, in alcune intercettazioni avrebbe fatto riferimento alla possibilità di fare pressioni presso gli uffici comunali per pilotare i lavori. Ma nel fascicolo della dda finì anche il fratello del primo cittadino, Giovanni Savona. Il capo famiglia di Chiusa Sclafani, Vincenzo Pellitteri, non sapendo di essere intercettato, diceva è “un grande amico nostro, solo che lui è allacciato con Mario”. Dove Mario era Mario Grizzaffi, fedelissimo di Totò Riina e fratello del boss Giovanni. Dopo l'accesso agli atti fu la volta delle commissioni Antimafia nazionale e regionale. 

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