venerdì 29 luglio 2016

Panama Papers 2

[Zappare in binza bezza tempus perdidu. Zappare in vigna vecchia, tempo perso] Oltre 1.400 società offshore utilizzate da società occidentali per saccheggiare l’Africa di materie prime e risorse naturali, mentre il continente è afflitto da fame, miseria e guerre civili. È  PanamAfrica, nuovo capitolo dei Panama Papers, l’inchiesta sui documenti riservati di oltre 120mila società offshore dell’archivio dello studio Mossack Fonseca, realizzata dal consorzio di giornalisti associati Icij e pubblicata in Italia in esclusiva da l’Espresso.  L’inchiesta internazionale tre mesi fa aveva rivelato i nomi dei titolari di migliaia di società offshore utilizzate per spostare i profitti in Paesi con tassazioni bassissime o nulle. L’ultima puntata riguarda le modalità con cui politici, militari, manager e imprenditori hanno utilizzato queste società schermate per spartirsi i profitti, spesso illeciti, provenienti dallo sfruttamento delle ricchissime risorse naturali dell’intero continente africano (toccati da queste rivelazioni sono 44 Stati su 54). E come i profitti del mercato di petrolio, gas, oro, diamanti e altri metalli preziosi, vengono sottratti alle popolazioni locali e, attraverso le società offshore, spostati in luoghi come British Virgin Islands, Seychelles o Dubai. Dove vigono regimi legali di anonimato che permettono ai proprietari delle società schermate di mascherare anche casi di corruzione e riciclaggio di denaro sporco. 1.400 società di questo tipo figurano tra i soli clienti di Mossack Fonseca. Tra gli affari realizzati da queste offshore ce ne sono alcuni già al centro di inchieste giudiziarie avviate in nazioni africane e in altri Paesi tra cui Stati Uniti, Svizzera, Gran Bretagna e Italia. La Penisola in particolare è citata per le indagini in corso sull’algerino Farid Bedjaoui che presso Mossack Fonseca aveva costituito 12 società-schermo usate, secondo l’inchiesta, per mascherare un traffico di mazzette spostate tra diversi Paesi. Bedjaoui è al centro di un’inchiesta italiana su Saipem, in cui è indagato anche l’ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, per una presunta maxi-tangente da 198 milioni di euro pagati dal colosso italiano degli impianti energetici al ministro algerino Chekib Khelil, in cambio di appalti per oltre dieci miliardi di dollari e la costruzione di un gasdotto di petrolio e gas dal deserto del Nord Africa al Mediterraneo. Secondo i giornalisti dell’Icij, Bedjaoui nel ruolo di intermediario, Khelil e alcuni manager di Saipem si sarebbero incontrati nelle stanze dell’hotel Bulgari di Milano, un palazzo settecentesco tra l’orto botanico e La Scala. In più di cinque anni, riporta l’indagine, il conto di Bedjaoui nell’hotel al centro di Milano ha superato i 100mila dollari. Ben 37 società dello studio Mossack Fonseca, rivela la nuova puntata dei Panama Papers, sono citate in giudizio o sottoposte a indagini per corruzione e distruzione ambientale. Nelle carte sono poi riportati i dati dei movimenti di società schermate, tramite le quali i proprietari hanno ottenuto da ministri corrotti le licenze per sfruttare giacimenti di gas e petrolio in Algeria e miniere nella Repubblica Democratica del Congo. Svelati anche i retroscena dei safari a cui partecipano ogni anno milioni di turisti occidentali, spesso convinti di supportare in questo modo l’economia locale: i profitti vengono in realtà dirottati all’estero nelle solite società schermate. Percorso identico per i guadagni provenienti dal traffico dei blood diamonds della Sierra Leone. Molto spazio nell’inchiesta giornalistica è dedicato alla Nigeria. Qui tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca, hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Poi c’è la storia del playboy Kolawole Aluko, il proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncè e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Secondo i dati dell’Oxfam, il 12% del Pil nigeriano viene perduto in flussi finanziari illeciti. All’inchiesta PanamAfrica hanno partecipato oltre quaranta giornalisti di testate europee e africane appartenenti a venti nazioni diverse.

6 commenti:

  1. Nell'ambito delle indagini sui Panama Papers l'Agenzia delle Entrate ha individuato i primi 700 soggetti italiani. Quando ne individuerà altri invierà le richieste di informazioni di dati finanziari ai paesi in cui questi soggetti detengono attività off-shore. Il dato è parziale ed è destinato a crescere. È quanto è emerso durante la riunione della task force a Parigi, dove il 16 e il 17 gennaio 30 amministrazioni finanziarie hanno condiviso le loro conclusioni sulle indagini dei Panama Papers, in particolare sul ruolo degli intermediari fiscali, inclusi istituzioni finanziarie, consulenti, avvocati e commercialisti, che hanno favorito l'evasione e l'elusione fiscale.

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  2. I due soci principali dello studio Mossack Fonseca, epicentro delle rilevazioni dei cosiddetti Panama Papers, sono stati fermati a Panama nell’ambito delle indagini sul caso Lava Jato, il maggior scandalo corruzione del Brasile. Ramón Fonseca Mora, ex ministro consigliere del presidente panamense Juan Carlos Varela, e Jürgen Mossack, sono stati interrogati e poi portati in cella dalla polizia, ha fatto sapere il loro legale, Elías Solano. Lo studio, specializzato nella creazione di società offshore, avrebbe nascosto entrate di origine sospetta nel caso secondo l’indagine di cui ha rivelato dettagli la procuratrice generale panamense, Kenia Porcell. Il processo Laca Jato (Autolavaggio) è nato dall’inchiesta sui fondi neri della compagnia petrolifera statale, Petrobras, che è considerata la Mani Pulite verdeoro.  Lo scandalo prende le mosse dalle rivelazioni di alcuni ex manager, che hanno ammesso di aver collaborato con politici per ricevere tangenti da contractor del settore privato in cambio di affari. Secondo la stampa locale, il monopolista petrolifero brasiliano avrebbe pagato quasi 10 miliardi di reais (oltre 3 miliardi di euro) di tangenti a politici.  Un processo delicato che ha registrato nelle pagine di cronaca anche la morte di uno dei giudico che ha rischiato di rallentare il procedimento. Il 2 febbraio è stato nominato un nuovo giudice Luiz Edson Fachin che sarà relatore presso la Corte suprema brasiliana per sostituire Teori Zavascki, deceduto in un incidente aereo lo scorso 19 gennaio. Tra i politici rinviati a giudizio figura anche l’ex presidente della Repubblica, Luiz Ignacio Lula Da Silva, mentre varie rivelazioni dei collaboratori di giustizia hanno più volte sfiorato l’attuale capo di Stato, Michel Temer, finora formalmente non iscritto nel registro degli indagati.

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  3. Ci sono anche milioni di sterline di profitti generati da proprietà private della regina Elisabetta fra gli investimenti offshore di ricchi e potenti svelati dalle nuove carte dei Panama Papers, la nuova inchiesta ribatezzata Paradise Papers. La regina risulta aver investito ingenti somme nel paradiso fiscale della Cayman attraverso il Ducato di Lancaster. La rivelazione è riportata con evidenza dal Guardian. Imbarazzo pure per Lord Ashcroft, businessman ed ex dirigente del Partito Conservatore britannico, che avrebbe a sua volta nascosto una fortun a pari a 450 milioni su conti offshore. La nuova 'puntata' delle rivelazioni, condivisa dall'International Consortium of Investigative Journalists con vari giornali internazionali come il New York Times, il Guardian e diversi altri, riguarda affari e operazioni finanziarie spregiudicate attribuite a figure dell'amministrazione di Donald Trump, al braccio destro e regista dell'ascesa politica del premier canadese Justin Trudeau, ai colossi Usa Apple e Nike (accusati di aver usato artifici vari per eludere il fisco), a oligarchi e imprese a partecipazione statale russi, con il coinvolgimento di Paesi vari: da Malta alla Repubblica del Congo. Per quel che riguarda i profitti generati da proprietà reali britanniche, ad aggravare la situazione c'é il fatto che, sebbene probabilmente in modo legale, questo denaro della regina sarebbe stato investito negli ultimi 12 anni - dopo il passaggio offshore - anche in catene commerciali come Threshers e BrightHouse: criticate da tempo per il presunto sfruttamento di lavoratori, famiglie povere e persone vulnerabili. Il Ducato di Lancaster, per parte sua, ha fatto sapere di non essere a conoscenza della destinazione finale verso tali società di una parte delle somme affidate a promotori finanziari. Tra gli altri personaggi famosi che compaiono nella nuova lista 'nera' dei paradisi off-shore ci sono anche Bono, Madonna, Rania di Giordania, il finanziere George Soros, un ministro di Donald Trump. Oltre 13,4 milioni di documenti riservati ottenuti dal tedesco Suddeutsche Zeitung che li ha condivisi con l'International Consortium of Investigative Journalists e i suoi partner tra i quali il Guardian, la Bbc, il New York Times e l'Espresso che pubblica in esclusiva per l'Italia insieme con Report, la trasmissione d'inchiesta di Raitre.

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  4. Gli asset privati del principe Carlo d'Inghilterra hanno investito milioni di sterline in fondi e società offshore, tra cui quella in una società delle Bermuda gestita da uno dei suoi migliori amici, secondo documenti dei Paradise Papers. Stando al Guardian online, la decisione del Duchy of Cornwall ('Ducato di Cornovaglia', azienda agroalimentare che fa capo al principe) di comprare titoli era considerata molto sensibile, e i membri del suo board che hanno investito in terre per proteggerle dalla deforestazione, erano tenuti al segreto. C'è anche Harvey Weinstein nella lista delle 'celebrities' coinvolte nelle rivelazioni dei 'Paradise Papers' sui paradisi fiscali. Lo rende noto il Guardian aggiungendo che oltre al produttore cinematografico americano già travolto dallo scandalo delle molestie sessuali, nei nuovi documenti compaiono tra gli altri i nomi di Shakira, Nicole Kidman e Justin Timberlake. Weinstein, in particolare, avrebbe investito nel 2001 in un fondo alla Bermuda, ormai estinto.

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  5. La Guardia di Finanza ha arrestato Gian Luca Apolloni, professionista romano considerato dagli investigatori un faccendiere di primo piano nei 'Panama Papers'.    Secondo le indagini degli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Roma e dell'Ufficio antifrode dell'Agenzia delle Entrate, Apolloni avrebbe fatto da intermediario nella creazione di oltre 200 'società schermo' a Panama, collegate ad ulteriori imprese aventi sede a Samoa, Bahamas, Anguilla, Isole Vergini Britanniche e Cipro. Assieme al faccendiere è stato arrestato anche l'imprenditore Roberto Laganà, titolare della 'Rts società cooperativa', mentre sono stati sequestrati complessivamente beni per 35 milioni. Le accuse ipotizzate per entrambi sono truffa aggravata e indebita compensazione di debiti tributari e previdenziali con crediti inesistenti.

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  6. L'inchiesta della magistratura maltese aperta sulla base delle rivelazioni della giornalista uccisa Daphne Caruana Galizia ha scagionato il premier Joseph Muscat, la moglie e tutte le persone del suo entourage. Lo ha reso noto la Procura generale pubblicando oggi un comunicato con le conclusioni dell'inchiesta, durata 15 mesi e condotta dal magistrato Aaron Bugeja, secondo le quali non ci sono prove che collegano la società Egrant, emersa dai Panama Papers, ai Muscat e che alcune firme sono state falsificate. L'inchiesta ha dimostrato che non c'è alcuna prova di corruzione a carico dei Muscat e del loro entourage e che l'intera accusa si fonda su documenti falsificati o su informazioni manipolate. In particolare per quanto riguarda i documenti di proprietà della società ed il pagamento di 1,017 milioni di dollari dall'Azerbajgian sul conto della Egrant a Dubai. L'indagine venne aperta su richiesta dello stesso primo ministro dopo la rivelazioni di Caruana Galizia sulla base dei documenti emersi tra i Panama Papers. La giornalista, che aveva parlato con l'ex funzionaria della Pilatus Bank, la russa Maria Efimova, aveva sostenuto che i documenti provavano che la vera proprietà della Egrant era della moglie di Muscat. Il magistrato ha tra l'altro concluso che le testimonianze, comprese quella della stessa Caruana Galizia ascoltata pochi mesi prima della morte, sono "totalmente contraddittorie" e che le firme della moglie di Muscat - analizzate dalla società indipendente britannica Forensic Document Analysts Keyforensic Services Ltd - si sono rivelate falsificate. L'inchiesta ha ottenuto informazioni dal Panama, dal Belgio, dagli Emirati arabi uniti, dalla Germania, dagli Usa ed ha impiegato una lunga serie di consulenti indipendenti per l'analisi tecnica e legale delle accuse e delle prove di quello che ora appare come un falso dossier costruito a tavolino.

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