lunedì 30 novembre 2015

Web e tribù

[S’avaru est unu mare senza fundu. Qui si nde salvet unu est casu raru. L’avaro è un mare senza fondo, ed è caso raro che se ne salvi uno]   Per favore usate il termine Daesh, e non Isis". Quella alla stampa italiana può sembrare una peculiarità lessicale, peraltro preferita in Usa e in Francia, è una necessità molto avvertita tra i Paesi arabi e del Medio Oriente, come emerge dalla due giorni di lavori dei delegati Nato, a Firenze, in un incontro esteso ai Paesi del Mediterraneo (Gsm) che non ne fanno parte. Lo stesso rappresentante per l'Italia, Andrea Manciulli, nel suo intervento, ha usato la sigla "Daesh". "Daesh è il termine dispregiativo col quale il mondo musulmano contrasta quella che vorrebbe costituirsi come Isis, cioè Stato islamico di Siria e Iraq. Bisogna usare questa definizione perché è importante incoraggiare il mondo islamico che vuole combattere con noi questa minaccia". Con Manciulli, si è ad esempio congratulato Abdel Elah Alkhati della delegazione giordana: "per noi non è uno Stato riconosciuto, quindi è importante usare questa espressione. Daesh prende mira allo stesso modo gli stati occidentali e quelli arabi e dobbiamo essere vigili e agire in coordinazione. Daesh sta cercando di appropriarsi dell'Islam e di parlare a nome di tutti gli islamici. Secondo noi sono fuorilegge dell'Islam e quindi non devono rappresentare né noi né la nostra religione." Daesh, termine usato anche da Federica Mogherini, sta per "Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham" (Sham è l'antico titolo della Siria in arabo). Daesh ha un suono dispregiativo, in arabo. Gli attacchi terroristici? Solo una messa in scena per toglierci libertà; l'immigrazione fa parte di un piano per indebolire gli europei; quanto ai vaccini, sono il 'trucco' delle aziende farmaceutiche per assicurarsi una clientela 'fissa': sono gli ultimi arrivati fra gli argomenti più gettonati dai 'complottisti' di Facebook e degli altri social media, utenti fai-da-te di Internet che si rafforzano a vicenda scambiandosi con fervore informazioni dall'attendibilità dubbia, bufale che finiscono per cementare legami in vere e proprie 'tribù'. A cementare le tribù del Web "è la combinazione di una vastissima quantità di contenuti, molto eterogenei, accettati senza controllo e senza mediazione", rileva Quattrociocchi. "A farla da padrone - osserva - è la tendenza a prendere per buono solo ciò che è affine alle proprie credenze", una tendenza che gli esperti definiscono 'pregiudizio di conferma'. In più i complottisti della rete hanno l'abitudine di rilanciare le notizie 'gradite' senza verificarle: un comportamento che i ricercatori chiamano 'analfabetismo funzionale', inteso come incapacità di capire un testo. Da questo mix di elementi nascono le tribù 'social'. In sostanza ci sono utenti della rete che rilanciano, senza controllarle, le informazioni che confermano il proprio punto di vista. Sui social media trovano facilmente chi la pensa come loro e solo con questi si confrontano. Una volta formata la tribù, al suo interno ogni membro "piano piano - osserva il ricercatore - tende a prendere la strada del personaggio e diventa uno stereotipo". Localizzare le tribù non è affatto semplice: "sondiamo i diversi social media utilizzando algoritmi di riconoscimento dei topic", ossia temi oggetto di discussione. Quindi - prosegue Quattrociocchi - altri algoritmi permettono di calcolare quanto un utente sia coinvolto in una narrativa".  Una tecnica chiamata 'Sentiment analysis' permette inoltre di calcolare quanto le emozioni contino nell'interazione online. Sull'importanza dell'emotività la dicono lunga anche gli scontri che vedono coalizzate più tribù contro un nemico comune. Di solito il nemico è chi ha una posizione opposta, sostenuta in modo ugualmente radicale.

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