sabato 10 ottobre 2015

Una truffa chiamata Germania

[De milli amigos, non sinde incontrat unu fidele. Di mille amici non se ne trova uno fedele. Frase sarda] Volkswagen non è nuova a comportamenti poco trasparenti. Non tutti ricordano che la casa tedesca fu oggetto di un miracoloso rialzo poco dopo la crisi Lehman brothers. Nel 2006 Porsche arriva a detenere oltre il 30% di Volkswagen, pur essendo molto più piccola. Due anni dopo, annuncia di aver raccolto in segreto oltre il 43% più un 31% tramite derivati. La scalata a Volkswagen costa a Porsche oltre 13 miliardi e mette in difficoltà gli investitori a breve termine. Chi infatti aveva venduto titoli Volkswagen senza detenere i titoli, ma facendoseli prestare da altri operatori, si trova impossibilitato a coprire le posizioni perché sul mercato rimangono ben pochi titoli disponibili per gli stock lender. Risultato? Il titolo Volkswagen sale del 500% e quando scoppia la crisi finanziaria, le banche chiedono a Porsche di rientrare dal debito. E chi corre in aiuto di Porsche? Proprio Volkswagen! L'amministratore delegato di Deutsche Post, Klaus Zumwinkel, venne arrestato nel 2008 per evasione fiscale. L'ammontare dell'evasione è stimato in 10 milioni di euro, trasferiti in conti in Liechtenstein e altri paradisi fiscali come le isole Cayman. Il colosso farmaceutico tedesco è stato spesso al centro di scandali. Il più clamoroso e costoso è sicuramente quello legato alla pillola anticonezionale Yasmin. Le cause di risarcimento, dopo che sono state accertate le correlazioni tra l'uso della pillola e l'insorgere di trombosi ed embolie, sono oltre 10 mila nei soli Stati Uniti. Il colosso bancario tedesco ha pagato oltre 2,5 miliardi di euro al governo Inglese e agli Stati Uniti per aver manipolato gli indici che regolano i prestiti tra banche e i mutui. La Deutsche Bank era già stata multata nel 2013 dalla commissione UE per aver manipolato i tassi di interesse assieme ad altre banche europee. La casa produttrice di veicoli pesanti Maschinenfabrik Augsburg-Nürnberg (meglio conosciuta con la sigla MAN) è stata accusata di corruzione nel 2009 per aver distribuito bustarelle al fine di vincere importanti contratti di fornitura. Il colosso tedesco ha pagato 150 milioni di euro per chiudere il processo. A questi vanno aggiunti i 500 mila euro versati in beneficienza dall'allora Amministratore Delegato Hakan Samuelsson. Anche il colosso tedesco Siemens aveva la bustarella facile. Per aggiudicarsi importanti appalti in occasione delle Olimpiadi greche del 2004, Siemens ha sborsato circa 1,3 miliardi di euro ai funzionari ellenici. L'inchiesta greca non solo ha provocato il collasso dei vertici dell'azienda, ma ha anche portato alla luce l'usanza tedesca di ricorrere alla corruzione per aggiudicarsi i migliori appalti.  Anche la Krauss-Maffei Wegmann, colosso dell'industria ferroviaria e bellica tedesca, è stata accusata nel 2013 di aver corrotto i vertici della difesa Greca per la fornitura di sottomarini Poseidon e carri armati Tiger.

6 commenti:

  1. L'agenzia americana per la salvaguardia dell'ambiente, Epa, ha avviato una indagine su un secondo software installato sulle auto diesel di Volkswagen per truccare le emissioni e di cui la casa tedesca potrebbe averne taciuto l'esistenza. Lo riferisce Bloomberg, citando fonti vicino alla vicenda. Questo secondo programma è montato sui motori diesel EA 189, usati dal 2009, che già montavano il software incriminato per taroccare le emissioni. "Volkswagen solo recentemente ha fornito all'Epa delle informazioni preliminari su un secondo congegno per controllare le emissioni", ha detto il portavoce di Epa, Nick Conger, aggiungendo che "si sta investigando sulla natura e l'obiettivo di questo dispositivo appena identificato". In un comunicato diffuso oggi, Volkswagen ha spiegato che l'esistenza di questo secondo dispositivo è stata resa nota agli organi di vigilanza Usa per i modelli con motori turbo diesel da 2,0 litri che dovrebbero andare sul mercato l'anno prossimo.

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  2. Opel respinge le accuse lanciate da Deutsche Umwelthilfe: "i risultati dei test presentati per noi non sono giustificabili", ha affermato la casa in una nota. L'ong ambientalista ha reso pubblici i risultati di alcuni test effettuati su un modello Opel Zafira in Svizzera, stando ai quali le emissioni sarebbero fortemente violate in alcune situazioni di guida.
Un test inedito presentato dall'ong ambientalista "Deutsche Umwelthilfe" mostra che la Opel Zafira 1.6 CDTi, in alcune situazioni di guida, viola i limiti delle emissioni di ossido di azoto consentiti all'Euro 6, superandoli fino a 17 volte. I risultati sono diversi a seconda che l'auto venga messa alla prova con 2 o con 4 ruote in funzione. Le verifiche sono state effettuate dalla Fachhochschule di Berna, è stato detto in conferenza stampa a Berlino, "perché in Germania test del genere non sono possibili". "Io non vedo alcuna ragione tecnica plausibile perché le emissioni debbano alzarsi in modo drastico se le ruote posteriori girano. E non ho alcun chiarimento plausibile per quello che accade sul fronte delle emissioni dei gas ai veicoli Opel", ha detto Axel Friedrich in conferenza stampa. 
Deutsche Umwelthilfe ha sollevato la questione del conflitto della impossibilità di fare determinati test sulle auto in Germania, spiegando che si tratta di un problema che riguarda tutta l'Europa: "Tecnicamente ci sono le possibilità, ovviamente, ma gli organi controllori sono tutti condizionati dall'industria dell'auto, e quindi si rifiutano di fare le verifiche che noi chiediamo di effettuare. Rispondono che in questo modo perderebbero i contratti con le compagnie automobilistiche", ha spiegato Juergen Resch.

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  3. La Germania dovrà rispondere davanti alla Corte di giustizia Ue dell'accusa di non aver fatto quanto necessario per impedire la vendita di veicoli che non rispondono alle norme anti-inquinamento Ue. Lo ha deciso la Commissione europea. Il caso riguarda l'utilizzo di gas refrigeranti su alcuni veicoli prodotti da Daimler. "Nonostante i contatti tra la Commissione e le autorità tedesche nel contesto della procedura d'infrazione, la Germania", si legge nel documento della Commissione, "non ha preso nessuna ulteriore misura contro l'approvazione da parte della motorizzazione di veicoli non a norma e non ha intrapreso azioni di rimedio appropriate nei confronti del produttore" auto Daimler. La disputa risale infatti al 2013, quando la casa automobilistica tedesca ha deciso di continuare a produrre auto con un refrigerante messo fuori legge dall'Ue dal 2011, l'R134a, perché inquinante (gas serra). Secondo Daimler il nuovo gas reso obbligatorio, il 1234yf, sarebbe pericoloso in quanto più facilmente infiammabile, anche se i test di sicurezza effettuati non indicano questo rischio. La Francia aveva addirittura, nel luglio 2013, temporaneamente sospeso l'immatricolazione di queste auto, in gran parte Mercedes, a cui la Germania ha dato lo stesso l'omologazione concessa alle vecchie auto per aggirare la direttiva Mac ('Mobile air conditioning'). La Commissione, con l'allora commissario all'industria Antonio Tajani, a gennaio 2014 aveva aperto la procedura d'infrazione inviando una lettera di messa in mora. A questa era seguito l'invio di un parere motivato a settembre sempre dell'anno scorso. Ora, dopo lo scandalo Volkswagen che ha ugualmente coinvolto la motorizzazione tedesca, Bruxelles ha deciso di portare Berlino davanti alla Corte di giustizia Ue.

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  4. Promettono battaglia e contestazione dura, i piccoli azionisti del gruppo Volkswagen in vista dell'assemblea generale che si terrà oggi ad Hannover. I manager presenteranno all'approvazione il piano di sviluppo appena elaborato, che in buona misura vuole puntare sull'elettrico per ricostruire la reputazione della casa madre e dei 12 marchi controllati, a nove mesi dall'esplosione dello scandalo Diselgate. Bisogna far dimenticare ai consumatori la vicenda che ha visto 11 milioni di veicoli equipaggiati con meccanismi che alteravano i valori delle emissioni di gas di scarico, per figurare meglio ai test di omologazione. Ma agli occhi dei piccoli azionisti, questi stessi manager si presenteranno senza essersi adeguatamente "spogliati" di pratiche ritenute inaccettabili in una fase come quella attuale, in particolare di supersalari e bonus. Non c'è stato il colpo di scure che molti invocavano, peraltro non solo tra gli azionisti ma anche nell'opinione pubblica. Ma ovviamente le contestazioni vanno ben oltre la questione delle paghe ai vertici. "Si discuterà poco di performance congiunturali e molto dello scandalo sui propulsori e sugli emolumenti", ha avvertito Ulrich Hocker, capo dell'associazione di piccoli azionisti Dsw. Ha partecipato alle assemblee degli ultimi 20 anni e prevede che questa "sarà molto diversa, sarà molto contestata". Gli azionisti di minoranza tuttavia controllano solo un 11 per cento di capitale, laddove la maggioranza, il 52 per cento, è saldamente nelle mani delle famiglie Porsche e Piech, con un altro 20 per cento controllato dal Lander della Bassa Sassonia e un 17 per cento dell'emirato del Qatar. Visti i numeri, l'appoggio degli azionisti al management non è in discussione. Semmai, invece di assistere ad una lunga carrellata di piccoli investitori che si prenotano per dire la loro, si potrebbe verificare una riunione in cui le associazioni degli azionisti di minoranza opereranno una strategia di contestazione più organizzata. Martellando soprattutto sull'accusa ai dirigenti di aver ritardato a informare gli azionisti sulla gravità della questione. E ovviamente contestando i bonus.

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  5. Nuova tegola su Volkswagen: l'azienda ha annunciato che la produzione in diversi suoi stabilimenti è stata gravemente ostacolata a causa della carenza di componenti. Un problema aggiuntivo per il colosso automobilistico tedesco, ancora alle prese con le conseguenze dello scandalo sulle emissioni truccate dei suoi veicoli. I nuovi problemi si sono verificati in più impianti produttivi, compreso il più grande a Wolfsburg. Nella fabbrica di Emden, 7.200 lavoratori sono stati collocati in part time, sempre a causa della carenza di componenti. "Un fornitore di Volkswagen ha sospeso consegne di componenti che erano state stabilite contrattualmente", ha spiegato l'azienda alla Afp e "questo ha portato a strozzature nella produzione." Il gigante automobilistico ha anche annunciato di aver ottenuto un'ingiunzione da un tribunale la scorsa settimana per costringere il fornitore di riprendere le consegne, anche se tale ordine "non è stato rispettato". "Dal momento che al momento non possiamo prevedere come le cose si svilupperanno, stiamo esaminando la possibilità di rendere più flessibili i tempi di lavoro nel nostro sito di Wolfsburg", ha aggiunto la società, che non ha reso noto il nome del fornitore. Ma secondo l'agenzia di stampa tedesca Dpa sarebbero addirittura due i fornitori che hanno interrotto le loro consegne - uno che fornisce tessuti e pellami per interni auto e un altro specializzato in componenti pressofuse per le scatole cambio. "È più di un semplice fastidio" ha detto il membro del consiglio di fabbrica Guido Mehlhop alla DPA: "soprattutto quando si sa che un giudice ha già emesso un'ingiunzione la settimana scorsa che richiedeva ai fornitori di consegnare le parti come contrattualmente definito. A quanto pare qualcuno sta cercando di mettere in scena un elemento di incertezza sulle spalle dei lavoratori", ha proseguito Mehlop chiedendo una soluzione "il più rapidamente possibile." Un portavoce del tribunale ha detto che il gigante automobilistico ha un mese di tempo per presentare appello a un tribunale superiore.

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  6. Deutsche Bank nell’occhio del ciclone dopo che il Dipartimento di Giustizia americano ha chiesto 14 miliardi di dollari di risarcimento per il suo ruolo nella crisi dei subprime. Per questo motivo ha messo in programma una nuova cartolarizzazione di prestiti aziendali. Nelle cifre, si parla di un’operazione da 5,5 miliardi di dollari, in modo da ridurre il rischio di credito. Del resto, che il gruppo sieda su una vera bomba atomica è cosa nota da tempo: nel suo portafoglio ci sono derivati finanziari per un valore nozionale di circa 55 mila miliardi di euro, circa 20 volte il Pil tedesco e quasi 6 volte quello dell’intera zona euro. L’istituto è infatti considerato fra i più sottocapitalizzati in Europa a causa dei rischi per la sua esposizione ai derivati, e penserebbe di emettere cdo sintetici, obbligazioni collateralizzate in grado di liberare dal bilancio i rischi dei prestiti, migliorando così i proprio coefficienti patrimoniali. Secondo un report di Societe’ Generale, qualsiasi accordo transattivo al di sopra dei 5,4 miliardi comporterebbe un aumento di capitale dedicato esclusivamente a pagare la multa. Sui 14 miliardi di dollari chiesti dal Dipartimento di Giustizia americano, Deutsche Bank ha fatto sapere di non essere intenzionata a pagare quella cifra. Sulla questione è intervenuto anche il ministro tedesco delle Finanze, che ha affermato di aspettarsi una transazione su importi di gran lunga più contenuti. La banca tedesca è stata fra gli istituti di credito uscita peggio dagli stress test europei prima che le autorità americane chiedessero 14 miliardi di dollari sui mutui subprime, i prodotti al centro del crollo dei mercati finanziari mondiali nel 2008.

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