lunedì 27 aprile 2015

Il problema degli scappati


[“Non sono al tuo fianco, Anna, io sono il tuo fianco”. “Sei la parte mancante che torna da lontano a combaciare”. Erri de Luca] Con la conclusione della seconda guerra di mafia, dopo aver ucciso l'allora capo di Cosa Nostra Stefano Bontade ed il suo braccio destro Totuccio Inzerillo, e tutti quelli a loro erano fedeli, i corleonesi si insediarono definitivamente al vertice della mafia siciliana. Riina, in primis, e Provenzano imposero nuove regole, riordinarono le famiglie e sconvolsero anche le alleanze politiche. Sopravvissero in pochi a quella mattanza. Per aver salva la vita o si saliva sul carro dei vincitori, come i Lo Piccolo, o si fuggiva negli Stati Uniti. In nome degli affari la Commissione di Cosa Nostra siciliana e le famiglie americane arrivarono ad un compromesso: agli “scappati”, come i membri della famiglia Inzerillo, sarebbe stata risparmiata la vita, a patto che, a prescindere dall'età e dal sesso, non “rimettessero più piede” a Palermo ed in provincia. A sigillare il patto era quindi stato nominato come garante Rosario Naimo, uomo d'onore di Tommaso Natale, molto vicino al boss d'oltreoceano “Pippo” Gambino. Alcune vicissitudini giudiziarie, come l'espulsione dagli USA di Rosario Inzerillo (dicembre 2004), fratello di Salvatore, Santo e Pietro Inzerillo, tutti uccisi dai corleonesi, resero necessario qualche cambio di regole. Gli scappati potevano così rientrare in Italia a patto che informassero Naimo di ogni spostamento nel bel Paese. Oltre a Rosario Inzerillo erano già rientrati in Sicilia Giuseppe Inzerillo, figlio di Santo, e Francesco “u tratturi”, figlio di Pietro, e si stavano creando i presupposti per far tornare Giovanni Inzerillo, figlio di Salvatore. Sulla questione era inevitabile avere un parere dal boss supremo, Bernardo Provenzano. Numerosi i pizzini, pieni di interrogativi su come scogliere il “nodo”, pervenuti all'allora capomafia. La “sentenza” degli anni Ottanta era ancora valida? Il padrino dava il proprio benestare al progetto dei Lo Piccolo? Non vi è reale chiarezza sulla risposta del boss. Il capo di Cosa Nostra da una parte richiamava al rispetto degli impegni del passato, dall'altra, nel tentativo di non far degenerare la situazione, nascondeva di sapere qualcosa in merito. Addirittura si disse favorevole, rispondendo ad una missiva di Nicola Mandalà che spiegava i motivi contingenti del ritorno in Sicilia degli Inzerillo, rimpatriati in Italia dalle autorità statunitensi. Provenzano, fino all'ultimo, aveva provato a placare gli umori tra le due correnti, ma invano. Così disse a Rotolo: “Ormai di quelli che hanno deciso queste cose non c'è più nessuno...a decidere siamo rimasti io, tu e Lo Piccolo”. Il boss di Pagliarelli, grande tragediatore, non ne voleva sapere. Era riuscito a portare dalla sua parte anche Francesco Bonura e Gaetano Sansone, inizialmente intenzionati a conoscere il parere di Provenzano. Agire drasticamente era per lui prioritario. Temeva la vendetta dei giovani Inzerillo che, a suo dire, riunitisi in aeroporto “si stavano facendo la conta” degli oppositori, “quattro gatti” da eliminare. L'operazione “Gotha” non si è rivelata inchiesta chiave solo per capire la composizione dei mandamenti e le rivoluzioni interne della Cosa Nostra di quegli anni. Gotha ha raccontato della nuova evoluzione negli affari della mafia siciliana nel campo della droga e delle estorsioni. Ha messo in evidenza l'evoluzione dei rapporti con la politica, approfittando della presenza di “figure amiche” come Giovanni Mercadante, medico ed ex deputato regionale di Forza Italia condannato in primo grado a 10 anni e otto mesi per associazione mafiosa. Soprattutto ha messo a fuoco i rapporti tra le famiglie siciliane e quelle statunitensi, confermati successivamente con l'operazione “Old Bridge”. Rapporti, da una parte e l'altra dell'oceano, mai interrotti e che ancora oggi appaiono forti, nonostante gli arresti eccellenti degli ultimi anni che hanno scosso, ma non abbattuto, la mafia siciliana.

Nessun commento:

Posta un commento