venerdì 20 febbraio 2015

La mafia in redazione

['U lupu cangia ri pili e no ri vizi. Il lupo cambia il pelo e non i vizi. Detto calabrese] Sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna a sei anni e otto mesi di reclusione all'ex presidente della Regione Siciliana e leader del Mpa, Raffaele Lombardo per concorso esterno all'associazione.  La sentenza è stata emessa, il 19 febbraio del 2014, dal Gup di Catania Marina Rizza a conclusione del processo che è stato celebrato col rito abbreviato dopo che il Gip Luigi Barone ne aveva disposto l'imputazione coatta a fronte della richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. Il procedimento era nato da uno stralcio dell'inchiesta Iblis avviato su indagini dei carabinieri del Ros su rapporti tra mafia, imprenditori, politici e amministratori. Le motivazioni sono contenute in 325 pagine firmate dal Giudice per l'udienza preliminare Marina Rizza, che le ha depositate lo scorso 18 agosto. Raffaele Lombardo ha “sollecitato, direttamente o indirettamente, i vertici di Cosa nostra a reperire voti per lui e per il partito per cui militava (le regionali in Sicilia del 2001 e nel 2008 e le provinciali a Enna nel 2003) ingenerando nei
medesimi il convincimento sulla sua disponibilità a assecondare la consorteria mafiosa nel controllo di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici”. Lo scrive il Gup di Catania Marina Rizza nelle motivazioni della sentenza del 19 febbraio con la quale, a conclusione di un processo col rito abbreviato condizionato, ha condannato l'ex presidente della Regione Siciliana a 6 anni e 8 mesi di reclusione per concorso esterno all'associazione mafiosa. Secondo il giudice, l'ex governatore avrebbe “determinato e rafforzato il proposito dei capi e dei partecipi della medesima associazione di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici” e di “ostacolare l'esercizio del diritto di voto e di procurare voti per sé e per altri”. Per il Gup Rizza appare “provato” che Raffaele Lombardo abbia “contribuito sistematicamente e consapevolmente”, anche mediante “le relazioni derivanti dalla sua pregressa militanza in più partiti politici”, alle “attività e al raggiungimento degli scopi criminali dell'associazione mafiosa” per “il controllo di appalti e servizi pubblici”. Il Gup ritiene che l'ex presidente della Regione con “la promessa di attivarsi in favore dell'associazione mafiosa nell'adozione di scelte politiche e amministrative abbia intenzionalmente ingenerato, mantenuto e rafforzato il diffuso convincimento sulla sua completa disponibilità alle esigenze della consorteria”. La Procura di Giovanni Salvi ha assicurato il rafforzamento del gruppo investigativo che esegue verifiche sui “colletti bianchi” ed ha fatto appello avverso la decisione di non sequestrare il patrimonio di Ciancio. Il procedimento dovrebbe definirsi entro i primi mesi del 2015, momento in cui la Procura dovrebbe avere già deciso sulle altre pendenze giudiziarie di Ciancio. La procura di Catania ha chiuso le indagini su Mario Ciancio Sanfilippo, l’editore de La Sicilia di Catania, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. L’avviso di conclusione delle indagini è stato firmato dal procuratore Giovanni Salvi il 14 gennaio scorso, e notificato a Ciancio il 20 gennaio. L’editore catanese ha chiesto e ottenuto 30 giorni di tempo per produrre la sua memoria difensiva. Nel settembre del 2012 la procura etnea aveva richiesto l’archiviazione per l’editore, ma il gip Luigi Barone aveva respinto l’istanza dei pm, che adesso si preparano a chiedere il rinvio a giudizio per Ciancio. L’indagine dei pm è arrivata anche in Svizzera, dove gli inquirenti hanno individuato fondi depositati da Ciancio per 52 milioni di euro. “Negli atti- scrive la procura di Catania in un comunicato stampa – sono confluiti anche i documenti provenienti dagli accertamenti condotti in collegamento con le Autorità svizzere e che hanno consentito, attraverso un complesso di atti di indagine, di acquisire la certezza dell’esistenza di diversi conti bancari. Sono risultate depositate ingenti somme di denaro (52.695.031 euro) che non erano state dichiarate in occasione di precedenti scudi fiscali; la successiva indicazione da parte dell’indagato della provenienza delle somme, non documentata, ha trovato smentita negli accertamenti condotti. La valutazione circa l’idoneità del materiale probatorio a sostenere l’accusa nel giudizio -conclude la Procura- sarà operata solo al termine del periodo assegnato alla difesa ex art. 415 bis c.p.p. e dopo un attento esame delle deduzioni difensive
eventualmente prospettate”. Ampio materiale probatorio sul caso Ciancio è contenuto nelle motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato l’ex governatore Raffaele Lombardo a sei anni e otto mesi di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra. Secondo il gup Marina Rizza  i rapporti tra Ciancio e la mafia etnea sarebbero passati “attraverso i contatti con Cosa nostra di Palermo”: in quel modo l’editore “avrebbe quindi apportato un contributo concreto, effettivo e duraturo alla ‘famiglia’ catanese”. “La contestazione – scrivono oggi i pm etnei –   si fonda sulla ricostruzione di una serie di vicende che iniziano negli anni ’70 e si protraggono nel tempo fino ad anni recenti; si tratta in particolare della partecipazione ad iniziative imprenditoriali nelle quali risultano coinvolti forti interessi riconducibili all’organizzazione Cosa Nostra, catanese e palermitana”. “È del tutto evidente la stranezza di un mutamento di opinione da parte della Procura,  che non ha aggiunto elementi tali da poter spiegare una inversione a 180 gradi della posizione del dottor Ciancio,  rispetto alla precedente richiesta di archiviazione” ha spiegato l’avvocato Carmelo Peluso, legale di Ciancio.

 

1 commento:

  1. Il Gup di Catania Gaetana Bernabò Distefano ha disposto il non luogo a procedere per l'editore e direttore de La Sicilia, Mario Ciancio Sanfilippo, nell'inchiesta in cui era imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Per il Gup il fatto non è previsto dalla legge come reato.

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