lunedì 26 gennaio 2015

Un mondo senza lavoro

[L'acqua e ra morte su' arriati 'a porta. L'acqua e la morte sono dietro la porta. Frase popolare calabrese] Secondo l’Organizzazione internazionale per il lavoro (Ilo) il numero dei disoccupati nel mondo continuerà a crescere nei prossimi cinque anni: entro il 2019 saranno 212 milioni.  Nel suo ultimo rapporto, che presenta i dati reali fino al 2013 e le stime dal 2014 al 2019, l’Ilo punta il dito contro l’aumento delle disuguaglianze, che portano insicurezza nel mondo del lavoro e instabilità sociale. Dall’inizio della crisi globale, secondo l’Ilo, sono stati persi 61 milioni di posti di lavoro.  Per quanto riguarda l’Europa le prospettive non sono rosee: la ripresa è ancora lontana, anche se i paesi dell’Europa meridionale che oggi hanno i dati peggiori (Spagna e Grecia) dovrebbero avere qualche miglioramento.  Avere una laurea in tasca serve a trovare lavoro in Europa ma non Italia. A dirlo è il rapporto intermedio Ocse “Education at a Glance”, presentato lunedì 19 gennaio a Londra. Nel nostro Paese il percorso universitario non assicura nulla: il 16% dei ragazzi che scelgono di frequentare un ateneo dopo il diploma di scuola secondaria superiore arrivando fino alla laurea, restano disoccupati. Un dato impressionante rispetto alla media europea del 5,3%. A farci compagnia con un tasso di disoccupazione alto tra i giovani adulti (25-34 anni) con istruzione post secondaria sono solo Paesi come Grecia (33,1%), Spagna (20,8%), Portogallo (18,4%), Turchia (11,1%) e Slovenia (10,8%). Non solo. L’Italia con il Messico, il Portogallo, la Spagna e la Turchia è tra i cinque Paesi Ocse con la più alta percentuale di persone con qualifiche basse sia tra gli adulti (55-64 anni) sia tra i giovani (25-34 anni). Inoltre nel nostro Paese la quota di ragazzi privi di istruzione secondaria di secondo grado è al di sotto del 30% ma resta una magra consolazione visto che con Grecia, Spagna e Turchia deteniamo il primato dei “Neet”, ragazzi tra i 25 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. I dati dell’Ocse ci consegnano un’altra caratteristica tutta italiana: i nostri studenti non lavorano mentre frequentano l’Università. In altri Stati per i ragazzi è considerato normale fare entrambi, magari per ottenere maggiore autonomia o per inserirsi nel mondo lavorativo prima ancora di arrivare all’agognata meta. Da noi solo il 5% degli studenti lavora meno di dieci ore settimanali a differenza di Canada, Stati Uniti ed Islanda dove arrivano anche a 34 ore alla settimana.

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