sabato 31 gennaio 2015

La ndrangheta al Marconi di Bologna


[Figlia a 're fasce, panni a re casce. Figlia in fasce, corredo nei bauli. Detto calabrese] Il presidente dell’aeroporto Enrico Postacchini ha commentato così la perquisizione: “Siamo rinfrancati dal fatto che la Guardia di Finanza stia facendo questo accertamento, quindi i nostri uffici sono a totale disposizione. Lo abbiamo detto in questi giorni quando è uscita la notizia: ci consideriamo parte lesa, perché non solo non abbiamo il prodotto che avevamo commissionato finito, questo è un danno per l’aeroporto perché i finger dovevano essere pronti quest’anno, ci auguriamo che con la nuova assegnazione dei bandi si possa arrivare di qui a un anno (non di più) a ultimare l’opera. Però oltre a questo danno, ci troviamo con il sospetto che gli appalti possano essere assegnati a chicchesia, la logica di assegnazione degli appalti come in tutte le amministrazioni e società pubbliche è al ribasso, quindi il ribasso genera anche questi problemi”.  L’ombra delle cosche calabro-emiliane si allunga anche sull’aeroporto Marconi di Bologna. Ieri mattina allo scalo bolognese sono arrivati agenti della Guardia di finanza e i Carabinieri, incaricati di acquisire la documentazione su un appalto sospetto, in odore di ‘ndrangheta, citato nell’ordinanza dell’inchiesta della Dda di Bologna “Aemilia”. Si tratta dei lavori per la costruzione delle passerelle di collegamento con il terminal d’imbarco. Un affare d’oro, da un milione e 800 mila euro, in cui i clan – secondo gli inquirenti – sono riusciti a infilarsi grazie alla collaborazione con l’azienda Elle Due, vincitrice dell’appalto. Un caso ora sotto la lente dei magistrati, anche se, ha spiegato il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, ancora in una fase “di accertamento e comprensione”. L’obiettivo è far luce sull’appalto indetto nel 2011 dal Marconi, e vinto dalla ditta Elle Due Costruzioni, di Lamezia Terme, già indagata in Veneto per turbativa d’asta con l’aggravante dei metodi mafiosi, nella gara per la realizzazione di una caserma dei Carabinieri. L’azienda, secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta che nei giorni scorsi ha fatto scattare le manette per 117 persone, è “contigua agli ambienti della criminalità organizzata lametina”, ed è ritenuta dagli inquirenti vicina alla cosca che fa riferimento alle famiglie Iannazzo e Giampà. La gara per la realizzazione dei nuovi pontili d’imbarco, i cosiddetti finger, dell’aeroporto di Bologna, la vince presentando l’offerta con il maggior ribasso. L’appalto è importante, vale parecchi soldi. Nel 2011 i clan avevano messo le mani su quell’appalto da un milione e 800 mila euro. I fratelli Longo, titolari della Elledue, risultano in affari da tempo con l’impresa di Giuseppe Giglio, arrestato nell’inchiesta dei carabinieri e della Dda di in quanto ritenuto tra gli organizzatori della cosca facente capo a Nicolino Grande Aracri. Hanno gestito in casa parecchi affari. Succede anche al Marconi, dove Giglio viene cooptato nell’esecuzione dei lavori. Il meccanismo era lo stesso degli appalti per la ricostruzione post sisma ottenuti dalla Bianchini di Modena ma di fatto eseguiti dagli affiliati al clan. Per gli inquirenti è Giglio a lucrare sull’appalto attraverso la fornitura di manodopera che poi la Elledue assume formalmente. Una presenza strumentale che serve al clan per lavorare senza troppo clamore. Nel cantiere, come direttore dei lavori, è presente anche Luigi Serio, geometra di fiducia di Giglio ritenuto partecipe dell’associazione. Qualcosa però andò storto. I lavori procedettero a singhiozzo, il progetto si rivelò sbagliato, tanto che i mezzi di soccorso danneggiarono il manufatto che poi venne rattoppato. Nel frattempo la Elledue fallì e nel giugno 2013 l’aeroporto tolse l’appalto per grave inadempimento. Stessa sorte toccata alla seconda classificata e ad oggi i lavori sono ancora fermi. Quel cantiere e l’appalto attirarono l’attenzione di Andrea Cristian Urso, segretario regionale Uil Trasporti, e dell’attuale consigliere comunale grillino Massimo Bugani che adombrarono presunte infiltrazioni. Ma a quel punto tutto era già finito nell’inchiesta della Dda: “Si tratta di una vicenda che è ancora in fase di accertamento e comprensione. Il gip si ferma lì perché altro non c’è. Bisogna vedere chi vinse l’appalto, come lo vinse e perché”, ha detto il procuratore Roberto Alfonso. Tra i vari aspetti che l’inchiesta dovrà approfondire ci sono le parole del consigliere comunale Pdl di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, quello del presunto patto elettorale con la cosca finito in manette per concorso esterno. Alla fidanzata, dopo la cena con gli esponenti del clan, parla di quanto gli hanno riferito gli affiliati: “Mi hanno raccontato testimonianze pazzesche su tangenti che le coop si facevano dare da loro per raccogliere lavori. Guarda che la cooperativa grossa è una mafia schifosa, con roba da processo”. E, ancora: “Dove non eravamo appaltanti delle cooperative eravamo subappaltanti. Cioè è difficile trovare un edificio dove non ci siano stati un pò di cutresi a costruirlo”. Millanterie o forse solo parte della strategia usata dai clan per distogliere l’attenzione dalle misure interdittive del prefetto e documentata dalle indagini. Una strategia che prevedeva l’attacco frontale alle coop e alle istituzioni, proprio come chiesto al politico forzista. Ma è chiaro che gli inquirenti, che stanno indagando su tutti gli appalti della ricostruzione e sui legami tra le varie aziende, approfondiranno.

2 commenti:

  1. Una holding criminale, una multinazionale del delitto. Così i giudici della Corte di Appello di Bologna definiscono l'associazione 'ndranghetistica al centro del processo 'Aemilia' nelle 1.400 pagine della sentenza in abbreviato, che aveva confermato in gran parte la decisione di primo grado per 60 imputati, con condanne fino a 15 anni. "Il progressivo innalzamento di livello dell'associazione - si legge - si rendeva ancora più evidente con il sempre più ampio e professionale inserimento dei sodali nel mondo degli affari sino a condurre alla formazione di una vera e propria holding criminale di rilievo internazionale". In cui "lo spietato e brutale sistema di approccio degli anni '90" cede il posto ad uno "più sottile", con metodi 'mascherati' sotto l'apparenza di un'attività imprenditoriale attiva in vari settori e "a tutto campo" nel mondo dell'edilizia, dei trasporti, dei rifiuti e movimento terra, dei quali il sodalizio calabro-emiliano assumeva in breve tempo il sostanziale monopolio“.

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  2.    
    Nuovo 'colpo' ad una delle famiglie di riferimento della 'Ndrangheta emiliana. I carabinieri del reparto operativo di Modena, in collaborazione con i colleghi di Crotone, hanno eseguito un sequestro emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Emilia, su richiesta della Dda di Bologna, nei confronti di Carmine Sarcone e dei suoi fratelli Nicolino, Gianluigi e Giuseppe Grande: il primo, a gennaio, era stato arrestato a Cutro per associazione mafiosa, ritenuto il reggente della Cosca emiliana, mentre il secondo è considerato il capo del gruppo smantellato dalle operazioni 'Aemilia'. Il valore di beni, società e conti correnti sequestrati, in Italia, Romania e Bulgaria, è di 8 milioni. Dopo il fermo di Carmine, le indagini dirette dal procuratore Giuseppe Amato e dai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi hanno fatto emergere la capacità del gruppo di infiltrarsi nel tessuto economico nazionale e estero attraverso la costituzione di società attive nei settori edile e immobiliare. 

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