lunedì 24 novembre 2014

Intervista al procuratore aggiunto di Palermo, Bernardo Petralia

Si parte dai vecchi fascicoli. Da quelli sfociati in sentenze di condanna, ma si terrà conto anche delle archiviazioni e delle prescrizioni. Perché, come spesso accade, quando le prove non sono tali da sfociare in una condanna penale possono bastare per fare scattare sequestri e confische. Non è un caso che, nelle scorse settimane, lo stesso Petralia e il facente funzioni di procuratore Leonardo Agueci siano stati i promotori di un'azione di coordinamento con i questori di Palermo, Trapani e Agrigento, e la Direzione investigativa antimafia, per favorire lo scambio di informazioni e coordinare il lavoro. Dunque le indagini partono dal capoluogo per estendersi altrove. Il traghettatore Leonardo Agueci assegna le deleghe in attesa della nomina del nuovo procuratore. Vittorio Teresi coordinerà le indagini antimafia sull'intera città. “Non dimentichiamo – ama spesso ricordare l’aggiunto Agueci - cos’era la cultura mafiosa a Palermo che era predominate. Oggi non è più così, oggi, quantomeno esistono due Palermo contrapposte tra di loro. Il fatto che sia cresciuta la Palermo non mafiosa è già un grande risultato”.   Bernardo Petralia si occuperà della pubblica amministrazione. E sarà un autunno caldo. Idee chiare, anzi chiarissime, e spalle larghe quelle di Petralia. Come altrettanto lo sono quelle di Vittorio Teresi, a cui Agueci ha affidato il compito di coordinare il lavoro dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia che si occupano della Cosa nostra dell'intera città e della provincia. Finora Teresi si è occupato dei mandamenti che ricadono nella parte occidentale di Palermo - a cominciare da Resuttana e San Lorenzo - e della cosiddetta trattativa Stato-mafia. Ora si aggiunge la responsabilità delle inchieste sulla vasta zona che dal centro si estende fino a est della città: da Borgo Vecchio a Brancaccio. Si tratta della delega a cui Agueci si è trovato costretto, momentaneamente, a rinunciare. Dal 31 luglio scorso Agueci ha preso il timone della Procura allo scadere del mandato di Messineo. Impossibile che l'aggiunto mantenesse tutte le deleghe. E così ha fatto affidamento su Teresi e Petralia in attesa che arrivino il nuovo aggiunto Salvatore De Luca e, soprattutto, il nuovo procuratore. Sui tempi, però, regna l'incertezza. “La pubblica amministrazione è politicamente neutra - spiega Petralia con fermezza -. Se non ci sono i controlli adeguati è compito della magistratura
intervenire a qualunque livello e titolo”. Petralia, arrivato in città più di un anno fa, non ha dubbi: “Nulla togliendo alla lotta alla mafia, che resta agguerrita e dunque va affrontata con il massimo sforzo, la criminalità è radicata nelle pubbliche amministrazioni. Gli episodi di concussione e corruzione scoperti finora vanno oltre la più fervida immaginazione”.  Petralia  coordina il gruppo misure di prevenzione, i questori di Palermo, Trapani e Agrigento e la Direzione investigativa antimafia, per favorire lo scambio di informazioni e coordinare le azioni da intraprendere. “L'esperienza in questo campo ha reso fondamentale l'esigenza di arrivare ad un'azione di coordinamento reciproca tra i diversi organi che operano in questo campo agiscono autonomamente - ha detto  il Procuratore aggiunto di Palermo  Leonardo Agueci- . Avviando linee d'azione unitarie si possono raggiungere risultati più efficaci”. Ma lasciamo la parola al magistrato Bernardo Petralia.  La corruzione nella p. a. ha raggiunto livelli intollerabili. Cosa bisognerebbe fare per arginare questo stato di corruzione endemico? Da qualche mese coordino il dipartimento che ha in carico i reati contro la pubblica amministrazione; quindi trattiamo anche e soprattutto la corruzione. Devo dirle francamente che è difficilissimo snidare una corruzione tant’è che i procedimenti sono pochi. Quando ci sono, però, sono  sostanziosi. Per scovare una corruzione, infatti, occorre la collaborazione del corruttore oppure la si conosce – e a volte a distanza di tanto tempo dai fatti – dalle intercettazioni. È  difficile, dicevo, portare alla luce una corruzione perché il sistema normativo italiano penalizza anche il corruttore; ed oggi ormai anche il concusso, ossia colui che soggiace alle richieste di denaro da parte di un pubblico ufficiale. Lei avrà sentito parlare del termine “spacchettamento”. Il termine è stato coniato all’indomani della riforma del 2012 e si è subito diffuso per descrivere la scissione che il legislatore ha fatto in ordine al delitto di concussione: prima il reato prevedeva sia la forma costrittiva (il pubblico ufficiale che costringe a pagare l’utente) che una di semplice induzione e proprio quest’ultima era quella più diffusa. È  noto infatti che spesso, e soprattutto nel nostro meridione, basta un semplice sguardo, un gesto eloquente o anche una strizzata d’occhio o un sospiro più intenso per far capire che se vuoi il rilascio di un atto o un servizio o semplicemente l’attivazione della pratica devi sborsare soldi. Oggi, invece, la mera induzione comporta la punizione anche di chi subisce la richiesta, del cittadino utente e questo significa che nessuno più parla. È più preoccupante oggi la criminalità organizzata o la corruzione nella P.A.? I due fenomeni spesso sono alleati? Spesso noi assistiamo a fenomeni di corruzione ripetuta nel tempo e con una simbologia mafiosa, sicché è possibile affermare che la mafia utilizza il metodo corruttivo per attrarre a sé soggetti e uffici pubblici. Si tratta di vere e proprie corruzioni di sistema che confondono il corrotto come un vero e proprio partecipe esterno all’associazione.  Lei che idea si è fatta della presunta trattativa stato-mafia? Preferisco non rispondere perché c’è un processo in corso e, allora, il rispetto è dovuto non solo per l’ufficio che rappresento ma anche, e soprattutto, per i giudici che giudicano.   La stretta patrimoniale  è iniziata. Ormai da giorni i pubblici ministeri della Procura di Palermo hanno iniziato a studiare i fascicoli di politici e amministratori vecchi e nuovi. È in atto una nuova strategia contro cosa nostra? Lei chiede a me perché sa che io coordino il settore delle misure di prevenzione che oggi significa, soprattutto, sequestri e confische. Sono stato sempre convinto che i beni sospetti vanno tolti a chi non solo per mafia ma per abituale corruzione si arricchisce a dismisura. In ogni caso alla Procura di Palermo non facciamo sconti a nessuno; non si tratta di accanimento nel sistema di aggressione patrimoniale, ma soltanto applicazione pura e semplice della legge.   Trigilia sottolinea che i fondi strutturali dell'Ue “sono stati usati con molte difficoltà dal punto di vista della velocità e della capacità di spesa, ma soprattutto della qualità della spesa”. “Peggio di noi - aggiunge - hanno fatto solo Romania e Bulgaria”. Secondo l'ex ministro bisognerebbe  sostituire  gli amministrazioni che spendono male i fondi europei. Condivide? Ci sono delle regole europee che non sono le nostre. Per i fondi europei ci sono  controlli più intensi, delle preclusioni a monte. Abbiamo esempi giudiziari di gestione di fondi europei non corretti e posso soltanto dirle che la soluzione va cercata nel sistema amministrativo, attraverso un corretto funzionamento dei meccanismi di controllo e delle persone cui incombe l’obbligo, non nel sistema giudiziario che colpisce la patologia del sistema.   Il nuovo premier parla di riformare la giustizia. Come vede questa riforma targata Renzi?  Abbiamo creduto che questa nuova ondata progressista potesse porre fine a una vecchia ondata poderosamente persecutoria nei confronti della magistratura, ci stiamo a poco a poco rendendo conto che le nostre erano, purtroppo, delle illusioni. È noto che Anm ha emesso dei comunicati dove ha denunciato il fatto che non vogliamo essere trattati come dei fannulloni. Prima contestavamo  i tornelli che, come ricorderà, qualcuno voleva apporre nei Tribunali per regolare l’orario dei giudici; oggi non vogliamo questa forma di contabilità offensiva sulle nostre ferie; non perché rivendichiamo un privilegio – ben vengano infatti i 30 giorni invece dei precedenti 45 – ma perché si è trattata di una riforma accompagnata da slogan che ci descrivevano come degli oziatori. Molti non sanno, invece, che le nostre ferie spesso e volentieri le utilizziamo per lavorare, per studiare e scrivere sentenze; cose che nell’orario lavorativo è impossibile fare. E così anche tutti i fine settimana.   

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