mercoledì 22 ottobre 2014

Protocollo farfalla, una storia tutta italiana

[Ama a cui t’ama, e sia macàri petra. Detto siciliano ]“Temiamo” che la collaborazione tra amministrazione penitenziaria e Sisde “sia servita ad intercettare eventuali intenzioni di collaborazione dopo la ‘sfortunata’ vicenda di Giuffrè che raccontò i rapporti tra la politica e Cosa Nostra in Sicilia e non solo”. È  questa la preoccupazione espressa dal vicepresidente della commissione Antimafia Claudio Fava in una conferenza stampa sul Protocollo Farfalla, l’accordo stretto tra il 2003 e il 2004 – all’epoca del secondo governo Berlusconi – tra Dap e Servizi segreti civili guidati da Mario Mori per il controllo, da parte degli 007, delle informazioni che provenivano dai detenuti nelle carceri di massima sicurezza. Il documento – sei pagine – è ora agli atti del processo in corso a Palermo sulla Trattativa Stato-mafia. Il vicepresidente della commissione antimafia lo definisce “una sorta di Gladio delle carceri”. “Il Protocollo Farfalla – ha spiegato Fava – ha un precedente che è l’arresto nel 2002 di Giuffrè, capomafia siciliano, uomo introdotto nei segreti della cupola dei corleonesi. Giuffrè nel 2003 decise di iniziare a collaborare. Le informazioni che vennero fuori riguardavano la possibilità di un rapporto tra la genesi di Forza Italia” e i corleonesi. “È  chiaro che per un Governo la preoccupazione che altri collaboratori di giustizia parlassero era reale. È  di quegli anni la scelta di istituire il Protocollo Farfalla, con un atto scritto che disciplinava nel dettaglio i rapporti tra il Dap e il Sisde”. E se i magistrati non erano stati informati dell’esistenza del protocollo, “ho ragione di pensare – ha proseguito Fava – che sia stato ben informato il presidente del consiglio dell’epoca, Silvio Berlusconi: mi sembrerebbe inconsueto e poco probabile che un protocollo così impegnativo per conseguenze e rischi sia stato condotto per un arco di tempo abbastanza ampio all’insaputa del capo del governo”. “Si tratta – ha chiarito Fava – di una vicenda nata molti anni fa e molto opaca. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avuto il merito di aver tolto il segreto di stato in luglio sugli atti relativi a questo protocollo, ma da allora la commissione Antimafia non ha ricevuto nulla e sono trascorsi quasi tre mesi. Molto di quello che abbiamo appreso in questi giorni non è stato detto dall’ex ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, sentita in modo specifico anche su questo tema alla fine dello scorso anno. Il ministro disse di non aver alcuna informazione”. “Pensiamo – ha spiegato – che sarebbe stato dovere dell’allora direttore del Dap e dei vertici del Sisde mettere al corrente anche l’autorità giudiziaria mentre nulla si è saputo, è stata negata l’esistenza del protocollo ed è grave che questi detenuti siano stati gestiti e pagati nell’ignoranza totale da parte di tutti i magistrati che su di essi indagavano”. Il dubbio, per Fava, è che l’operazione farfalla sia servita “a capire chi intendeva collaborare, cosa voleva dire, e forse a organizzare qualche depistaggio“. “Il direttore del Dap Tamburino - ha proseguito Fava – in audizione al Copasir (l’organismo di controllo sui Servizi segreti) ha spiegato ‘non c’è alcun Protocollo Farfalla, né vi sono evidenze cartacee”, aggiungendo che dell’argomento ha preso conoscenza attraverso i giornali. Questi sono comportamenti gravi – ha chiosato il vicepresidente della commissione Antimafia – mezze verità. Ci raccontano di una vicenda antica che coinvolge Sisde e Dap, sottratta a qualsiasi controllo della magistratura”.

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