domenica 26 ottobre 2014

Lo stato non vuole essere processato

[Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano.  Giovanni Giolitti] "È un momento difficilissimo, questo processo non è voluto da tutti, specie dai rappresentanti dello Stato". Lo ha detto al premio Borsellino il Pm di Palermo Francesco Del Bene, pubblica accusa del processo sulla trattativa. Al termine della cerimonia Francesco del Bene ha chiarito  come il termine Stato si riferisse ad esponenti della politica nel senso generale della parola, e nello specifico a nessuna carica istituzionale dello stato. "Noi a Palermo lo sappiamo bene come si fa la lotta alla mafia, così come la facevano Falcone e Borsellino. La lotta si fa da innamorati della verità, quella cosa che ci sostiene nei momenti più difficili". Lo dice Roberto Tartaglia, che martedì 28 sarà al Quirinale per ascoltare il capo dello Stato assieme al collega Del Bene. "E tutti gli innamorati della verità sanno che, come lo stesso Borsellino diceva, la battaglia è culturale e un Premio come questo a lui dedicato serve ad alimentare la cultura della Memoria", ha concluso Tartaglia. Abbiamo forse dimenticato quanti e quali tipi di attacchi la Procura e i magistrati di Palermo siano stati costretti a subire negli ultimi mesi? Abbiamo una vaga idea di cosa significhi condurre indagini di tale delicatezza in questo clima di ostracismo e prese di distanza? Pur di contrastare l’affermazione della verità, alcuni sono disposti a tutto. Specie ai piani alti. Qualcuno avrebbe certamente preferito che Morosini si astenesse dal processo sulla Trattativa e mantenesse l’incarico di segretario nazionale di Magistratura Democratica. Qualcun altro ha già battezzato questa scelta ‘il passo indietro di Morosini’. In realtà, in un Paese in cui persino il Governo vorrebbe evitare di costituirsi parte civile nel processo in questione, con la sua scelta il giudice Morosini ha già risposto a quanti lo avrebbero accusato di imparzialità. Ha evitato le strumentalizzazioni sul ‘doppio ruolo’, che sarebbero inevitabilmente arrivate. E, soprattutto, ha lasciato Magistratura Democratica libera di dividersi (ma sarebbe meglio di no) sul processo nel quale è stato chiamato a dare una sentenza.

1 commento:

  1. Minimizza, parla di semplice commento su cose note e lette sui giornali. Ma, gli fa notare il pm, delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, rivelatesi false, di un collegamento tra l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e il fantomatico 007 Franco, la stampa all'epoca non aveva parlato. Sul banco dei testi, al processo sul presunto patto tra cosa nostra e pezzi delle istituzioni oggi è salito Luigi Bisignani, ex giornalista e faccendiere che ha esordito negando qualunque appartenenza a logge massoniche. Bisignani è stato citato per spiegare una telefonata intercettata dalla Procura di Napoli nel 2010 col prefetto Giuseppe Pecoraro, ex braccio destro di De Gennaro. Bisignani prima ha detto di aver saputo delle rivelazioni di Ciancimino dalla stampa e che la conversazione nasceva dal timore di destabilizzazioni. "Allora se ne parlava - ha spiegato - È come se oggi parlassimo dello stadio della Roma". Ma la risposta non ha convinto il pm Vittorio Teresi.

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