lunedì 27 ottobre 2014

Fattoria cinese delocalizzata in Ucraina

[Avvicinandosi il 25 dicembre, decine di migliaia di teneri abeti vengono strappati dai boschi della Penisola per allestire il tradizionale albero di Natale. Ogni anno lo scempio si ripete, tra la generale indifferenza. Soppresso l'Ente protezione animali, figuriamoci se qualcuno ha voglia di proteggere gli alberi. Diciamo la verità: la sola pianta che interessi all'italiano medio è la pianta stabile. Indro Montanelli] Molto interessati ad una presenza nell’Isola sono anche i cinesi; Non si contano le delegazioni che hanno compiuto diverse visite esplorative ma non si può affermare che siano stati incoraggiati ad investire. Assenza di interlocutori affidabili, difficoltà ad ottenere “risposte”, una burocrazia che spaventa. Ma anche altro, rimasto sotto traccia.Questi “appetiti”, seppure di natura commerciale, preoccupano gli alleati americani che utilizzano ormai la Sicilia come la “loro” base nel Mediterraneo e non vedono certo con favore una forte presenza nell’Isola delle due superpotenze: Russia e Cina. Il mega aeroporto intercontinentale doveva essere costruito apparentemente in provincia di Enna, ma in realtà nella zona Dittaino, a due passi di Catania. Ma, alla fine il progetto non è decollato, troppi intoppi burocratici. Certamente i governanti della Sicilia di cui i maggiori esponenti sono di quella zona, avranno capito che fare l’aeroporto intercontinentale direttamente in provincia di Catania sarebbe stato chiaramente improponibile agli occhi di un Palermitano o di un trapanese e quindi, a quanto pare, sarebbe stato trovato l’escamotage di spostarlo di pochi km, appunto in provincia di Enna, per dare una parvenza di neutralità, essendo Enna una zona della Sicilia centrale. La Cina si è appena comprata un appezzamento da tre milioni di ettari di terra in Ucraina per costruirvi una maxi-fattoria che possa assicurare l'importazione di farina e carne sufficiente per le esigenze del suo mercato interno. Questo perché, evidentemente, il terzo paese più grande del mondo non è più in grado di soddisfare le necessità alimentari del suo popolo. Per quanto non sia la prima volta che la Repubblica popolare acquista terreni coltivabili all'estero, dall'Europa all'Africa e all'America Latina, il progetto ucraino è molto diverso da tutti quelli realizzati in passato. Essenzialmente per la sua estensione. I due paesi hanno firmato un accordo di cinquant'anni che vincola Pechino a investire miliardi di yuan per arare i terreni che serviranno a sfamarla. In cambio, Kiev dovrà mettere subito a disposizione, nell'area attorno alla città di Dnipropetrovsk, la terza città del paese, centomila ettari, vale a dire una superficie pari a circa un terzo della Valle d'Aosta, su cui iniziare subito a far crescere frumento e ad allevare maiali. Tutto quello che verrà raccolto o macellato in questa "fattoria cinese delocalizzata" potrà essere venduto, a prezzi di favore, solo a due aziende di stato i cui estremi sono stati aggiunti nell'accordo. Nei successivi cinquant'anni, l'estensione della fattoria dovrà raggiungere i tre milioni di ettari, il che vuol dire che la tenuta in questione finirà con l'essere più estesa della nostra Sicilia. Fino ad oggi Pechino ha acquistato terreni coltivabili all'estero per un totale di due milioni di ettari. Con l'iniziativa ucraina, quindi, l'estensione dei suoi "appezzamenti delocalizzati" è più che raddoppiata. Un dettaglio che non fa altro che confermare l'urgenza con cui la Repubblica popolare ha bisogno di affrontare la sua emergenza alimentare. Nonostante la propaganda ufficiale abbia sottolineato in più di un'occasione che Pechino ha bisogno di aumentare la quota dei suoi terreni all'estero perché il rapidissimo tasso a cui il paese si sta urbanizzando non le permette più di coltivare all'interno dei confini nazionali i generi alimentari di prima necessità, è un dato di fatto che l'emergenza cibo dipende da altri tre fattori: inquinamento, mancanza di acqua e urbanizzazione selvaggia. Per quanto la Cina abbia fatto di tutto per evitare di rendere noto il valore complessivo dell'investimento, la stampa ucraina ha ipotizzato il trasferimento di un capitale di 2,6 miliardi di dollari, definendolo un "investimento senza precedenti" nel comparto agricolo nazionale. Eppure, se è vero che l'Ucraina otterrà una serie di vantaggi da questo maxi-progetto, quanto meno dal punto di vista dell'ammodernamento delle attuali tecniche di coltivazione e della sua rete infrastrutturale, per Pechino la super fattoria sarà utile anche per tenere sotto controllo il malcontento sociale legato alle conseguenze della crisi economica. Questo perché i contadini che lavoreranno la terra e si prenderanno cura degli allevamenti di maiali saranno cinesi, non ucraini.

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