giovedì 22 maggio 2014

Nuova sanità catalana

[Manu caddusi, manu gluriusi. Frase siciliana] Nel carrer de Sardenya, vicino la Sagrada Familia, in un edificio di tre piani, con una tettoia e un giardino urbano dove si coltivano perfino piante officinali, il Cic – la Cooperativa integral catalana – tre anni fa ha cominciato ad auto-organizzarsi: doposcuola, alloggi sociali, laboratori e corsi per tutte le età. Poi è arrivato anche il centro medico: chiunque può entrare a chiedere un consulto o un trattamento in cambio di ore di lavoro o di ecos, la moneta alternativa. Sono già 1300 i catalani che hanno fatto ricorso al primo centro medico autogestito del Paese. Il Caps però, tengono a sottolineare i membri della cooperativa, non è un ambulatorio. Ci sono i cosiddetti “facilitatori della salute” che accolgono i pazienti e cercano di trovare la soluzione ai problemi di salute con la medicina generale. Ma “se qualcuno arriva con il braccio rotto, andiamo al pronto soccorso”, precisano dal centro. Non si considerano alternativi alla sanità pubblica, ma sostengono una rivoluzione globale che porti ad un altro sistema, visto che quello attuale lo considerano già “fallito”.  “Parliamo di difficoltà, limiti e deficit di risorse, che chiamano ‘crisi della sanità pubblica’, ma che in realtà è un controllo imposto”, spiegano dal Centro autogestito. Per questo il sistema non è basato sull’euro, eccetto i 30 che servono per registrarsi alla cooperativa – somma che viene restituita quando il socio decide di andar via -. Al Caps si paga infatti con le ore di lavoro, magari insegreteria o nellasilo nido che accoglie i bambini del quartiere tra gli 0 e i 3 anni, oppure con la moneta locale: l’ecos. Un sistema che ha permesso di creare delle convenzioni con qualche piccola impresa, come la vicina clinica dentale Bosch Sadurní che sostiene l’idea di una “sanità più a misura d’uomo.

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