domenica 29 dicembre 2013

L’Eni (4%) andrà ai privati

[Moore: È una persona armata e pericolosa. - Thomas: Perché io come ti sembro?  GIBSON MEL] Il primo gruppo partecipato dallo Stato a entrare nel programma di privatizzazioni del governo sarà l’Eni. L’esecutivo – secondo quanto riporta l’agenzia Reuters citando fonti vicine al dossier - sta valutando di cedere il 4,3% del Cane a sei zampe (controllato dal Tesoro con il 4,3% e dalla Cassa depositi e prestiti con il 25,7%) entro la fine dell’anno per dimostrare che “si sta facendo qualcosa” per ridurre l’elevata mole di debito pubblico, schizzato a oltre il 133% del Pil.  Questi erano i progetti del governo Letta questa estate, e se non ricorrerà ai miracoli mi sa tanto che resta una delle tante promesse non mantenute.  Per il momento, invece, non sarebbe in programma la cessione di quote di Enel e Finmeccanica. Il progetto di dismissioni su cui lavora l’esecutivo non è, d’altronde, una novità. Lo stesso Enrico Letta ha annunciato nei giorni scorsi in un’intervista al Washington Post che potrebbe presto vendere in un’unica operazione il 4,9% di Terna. La partecipazione pubblica tramite la Cassa depositi e prestiti si fermerebbe così al 24%, in modo da mantenere la presa sulla societàIl presidente del Consiglio aveva già annunciato alla fine di luglio un “importante piano di privatizzazioni”, sulla scia delle dichiarazioni del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni sulla possibile cessione di quote Eni, Enel e Finmeccanica. Le compagnie controllate dallo Stato, intanto, sono pronte alla privatizzazione. Secondo gli analisti di via dell'Astronomia, le partecipazioni possedute dalle amministrazioni pubbliche in quasi ottomila organismi esterni sono circa 40mila. “Gran parte di questi organismi sono nati, a livello locale, per aggirare i vincoli di finanza pubblica - sostiene Confindustria - in particolare il patto di stabilità interno, e come strumento per mantenere il consenso politico attraverso l’elargizione di posti di lavoro”. Secondo l’associazione degli industriali, infatti, “sarebbe prioritario dismettere gli enti o comunque azzerare i costi per le pubbliche amministrazioni di quegli organismi che non producono servizi di interesse generale”. Citando la banca dati Consoc, istituita dal ministero per la Pubblica Amministrazione, il Centro studi di Confindustria rileva che “nel 2012, erano 39.997 le partecipazioni possedute da amministrazioni pubbliche in 7.712 organismi esterni”. A conti fatti l'onere complessivo sostenuto dalle Pubbliche amministrazioni per il mantenimento di questi organismi è stato pari complessivamente a 22,7 miliardi, circa l’1,4% del prodotto interno lordo. Si tratta di cifre consistenti che meritano attenzione. Infatti, secondo Confindustria, “gran parte di questi organismi sono nati, a livello locale, per aggirare i vincoli di finanza pubblica, in particolare il patto di stabilità interno, e come strumento per mantenere il consenso politico attraverso l’elargizione di posti di lavoro”. “Naturalmente non tutti gli organismi rispondono a queste logiche - aggiunge il rapporto di viale dell’Astronomia - di certo, però, il modo e l’intensità con cui il fenomeno si è sviluppato confermano l’anomalia”. Secondo l’associazione degli industriale, sarebbe “prioritario dismettere gli enti o comunque azzerare i costi per le pubbliche amministrazioni di quegli organismi che non producono servizi di interesse generale”. Quanto alla produttività di questi enti, il centro studi di Confindustria incrocia una serie di dati e rileva che “oltre la metà degli organismi non sembra svolgere attività di interesse generale, pur assorbendo nel 2012 il 50% degli oneri sostenuti per le partecipate: circa 11 miliardi di euro. Più in generale, considerando anche gli organismi che producono servizi di interesse generale, oltre un terzo delle partecipate ha registrato perdite nel 2012, e ciò ha comportato per la PA un onere stimabile in circa 4 miliardi”. “Il 7% degli organismi partecipati - è la conclusione - ha registrato perdite negli ultimi tre anni consecutivamente con un onere a carico del bilancio pubblico che è stato pari a circa 1,8 miliardi. Sono numeri straordinari che il Paese non può permettersi”.

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