martedì 29 ottobre 2013

Aeroporti italiani, decolla il debito

[In Italia dicevo: in francesi sono avari e prodighi; sono fiorentini e milanesi insieme. Montesquieu] Un miliardo e trecento milioni di debiti complessivi. Cento milioni di perdite ogni anno. Benvenuti nell’Italia dei piccoli, inutili e dannosi aeroporti, di cui è costellata la Penisola. Se le società di gestione fossero delle aziende private, molte avrebbero già dovuto portare i libri in tribunale. E invece questo non accade. I piccoli scali resistono, pagati da noi. Perché nella grandissima parte dei casi hanno una compagine sociale composta prevalentemente da enti pubblici, che puntualmente ogni anno ripianano le perdite frutto di gestioni a dir poco fallimentari. Comuni, province e regioni che per grotteschi e campanilistici calcoli politici da anni preferiscono buttar via centinaia di milioni, piuttosto che chiudere l’aeroporto “sotto casa”. Va detto che sovente, in lungo ed in largo per l’Italia, sulle gestioni disastrose degli scali giunge la mannaia della magistratura. Questo purtroppo accade quando ormai è troppo tardi, le voragini sono esplose e fatti giudizialmente rilavanti sono stati compiuti. Come dimostra il caso, deflagrato nelle ultime settimane, relativo alla società di gestione a netta maggioranza pubblica dell’aeroporto di Rimini. Giunta ad avere un indebitamento pari a 43 milioni di euro, dopo aver inanellato cospicue perdite – 35 milioni di euro solo negli ultimi tre esercizi – la società, a cui potrebbe essere addirittura negato definitivamente il concordato, è finita nel mirino della magistratura. Che, proprio negli scorsi giorni, ha sottoposto ad inchiesta per falso in bilancio e concorso in violazione della legge
fallimentare anche due amministratori di punta del Pd emiliano-romagnolo: Andrea Gnassi e Stefano Vitali, rispettivamente Sindaco di Rimini e Presidente della medesima provincia. Ma i casi simili a quello di Rimini non mancano. OLTRE 50 milioni di euro di debiti, dipendenti in rivolta e una richiesta di concordato di continuità, per evitare il fallimento, appesa a un filo. A complicare la già difficile situazione dell'aeroporto Fellini di Rimini, che sta provando in tutti i modi a scacciare il fantasma del default, affidandosi ai privati, ora arriva anche Beppe Grillo, che dalle colonne del suo blog definisce “una piccola Alitalia” il caso di Aeradia, la società che in questi anni ha gestito lo scalo romagnolo. Tutto questo mentre giovedì prossimo il tribunale potrebbe già mettere la parola fine all'avventura del Fellini. La distanza che separa l'aeroporto di Bologna da quello di Rimini appare ormai incolmabile (Parma, in realtà, non va meglio). A dividere per sempre i loro destini ci aveva già pensato Bruno Filetti, l'ex presidente della Camera di Commercio di Bologna, che nella primavera del 2012 ha bocciato sonoramente la fusione dei tre scali. Mandando in fumo l'obiettivo della Regione Emilia Romagna di dar vita a uno scalo “a tre teste”. Scelta, quella dei bolognesi, probabilmente saggia visto che nel frattempo Forlì ha chiuso i battenti e il Fellini potrebbe seguirlo a breve. In pancia all'Aeradia risultano ad oggi 52,4 milioni di euro di debiti. Un maxi “buco”, frutto di una serie di bilanci in “rosso”, in cui negli anni scorsi le sorprese non sono mancate. Un esempio? La consulenza da 281mila euro per permettere “lo studio e il censimento dell'avifauna” sulle piste romagnole. Sul fronte passeggeri, negli ultimi anni non è andata meglio: da gennaio ad oggi, ad esempio, Rimini ha raggiunto 408mila passeggeri, con un crollo del 31% rispetto al 2012. Numeri da brividi a cui ora si somma la “tegola” del concordato di continuità che rischia di sfumare. A luglio, infatti, il tribunale aveva dato il suo ok per salvare la Aeradia. Nei giorni scorsi, però, la svolta: il commissario giudiziale, dopo aver studiato a fondo le carte, nella sua relazione ha messo in dubbio la reale capacità della società di riprendersi dal punto di vista finanziario. I giudici del tribunale di Rimini forse già giovedì
decideranno il destino dello scalo, mentre i manager del Fellini e il nuovo cda stanno già preparando un altro piano industriale. Un passaggio non certo indolore: in caso di fallimento, temono i vertici, l'Enac potrebbe anche ritirare la concessione. Lasciando per mesi la città senza un aeroporto funzionante. Con il concorrente Marconi, ora alla finestra, che potrebbe puntare a “conquistare” le migliaia di turisti russi che ogni mese sbarcano in Romagna. Nell' affaire del Fellini c'è anche altro. A partire dalle indagini della Procura, con gli ex amministratori (oltre al sindaco e al presidente della provincia) indagati per il reato di abuso d'ufficio e concorso in falso in bilancio. Poi c'è la delicata partita della privatizzazione, su cui si poggiano il piano industriale e la richiesta di concordato: Provincia e Comune di Rimini, che oggi controllano lo scalo, manterrebbero solo una piccola quota di minoranza. Il pacchetto azionario andrebbe così ai creditori, in testa Banca Carim (i privati arriverebbero al 78% delle quote). E mentre su internet scatta la petizione on line dal titolo “Salviamo il Fellini”, a firma di una settantina di dipendenti dello scalo, all'elenco si aggiunge Grillo: “Con la nostra Alitalia in miniatura- scrive sul blog la parlamentare dei Cinque Stelle Giulia Sarti - sono riusciti a mangiarsi decine di milioni di euro”.

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