martedì 28 maggio 2013

I blogger sentinelle della democrazia

[Darei tutta la mia tecnologia in cambio di un pomeriggio con Socrate. Steve Jobs] Tre blogger vietnamiti, uno dei quali aveva sostenuto il presidente Usa Barack Obama, sono stati condannati  a pene detentive tra i 4 e i 12 anni per propaganda contro lo stato. Il più  noto dei tre, Nguyen Van Hai, già condannato nel settembre 2008 a due anni e mezzo per frode fiscale, ha preso la pena più  pesante, 12 anni. Ta Phong Tan, ex agente di polizia la cui madre si era uccisa a luglio dandosi fuoco, è stato condannato a 10 anni e Phan Thanh Hai a 4 anni. In Italia sono sorte polemiche se il mondo dei blog debba rimanere senza vincoli legislativi e soggetto solo ad una autoregolamentazione, oppure, se debbano essere applicate le norme sulla stampa. Nell'ottobre del 2007 il governo ha presentato un disegno di legge sulla riforma dell'editoria in cui aveva stabilito per i blog l'obbligo della registrazione. La dura replica del mondo web ha portato alla precisazione che la norma non avrebbe trovato applicazione ai blog. La disputa si è trasferita sul piano giudiziario quando il tribunale di Oristano, con sentenza del 25 maggio 2000, stabilì che un sito web non era assimilabile a una testata.
Orientamento poi recepito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 10535 secondo cui non serve un giornalista per gestire un blog. Appare quindi minoritario l'orientamento del Tribunale di Modica, che con una discussa sentenza ha condannato lo storico Carlo Ruta per il reato di stampa clandestina. Con la sentenza n. 7155/2011 la quinta sezione penale della Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile il sequestro preventivo di un articolo asseritamente diffamatorio pubblicato sul blog di un giornalista professionista. Il reato di diffamazione, previsto e punito dall’art. 595 del codice penale, si configura quando una persona offende la dignità e la reputazione altrui in presenza di più persone. Tale reato si può commettere con maggiore facilità in rete, comunicando con migliaia di persone contemporaneamente tramite chat, forum, siti o blog, anche in considerazione del fatto che l’errata convinzione, psicologicamente parlando, di essere protetti da una sorta di anonimato, partecipando alle discussioni con un nomignolo (nickname) che non è direttamente correlato con il nostro vero nome, può avallare comportamenti criminali.  Nell’articolo del codice penale sopra richiamato è previsto che tale reato possa ritenersi compiuto anche mediante mezzi di pubblicità, e nella prassi internet è considerato proprio un mezzo di pubblicità, in quanto idoneo alla diffusione di una notizia e a raggiungere una pluralità indeterminata di soggetti. 

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