mercoledì 17 giugno 2009

La catturandi all'attacco, Denaro scappa

[A mio parere, non c'è mai stato un momento in cui non si potesse impedire in qualche maniera di guainare la spada. S. Grant]
Favorivano i contatti fra il boss latitante trapanese, Matteo Messina Denaro, e alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra palermitana, fornendogli pure falsi documenti. Una fitta rete che da anni copriva il capomafia di Trapani, accusato di omicidi e stragi, ricercato da 16 anni, che avrebbe coperture anche a Roma. Per questi fatti gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare in carcere emessi dal gip del tribunale di Palermo.Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti e trasferimento fraudolento di società e valori. Vengono colpiti i mandamenti mafiosi di Trapani e Castelvetrano, riconducibili a Messina Denaro. Nell'operazione, denominata "Golem", sono impegnati oltre 300 uomini della polizia di Stato. Tra gli arrestati c'è anche l'"ambasciatore" di Messina Denaro. Il boss infatti non ha mai incontrato personalmente i mafiosi palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo: inviava sempre un suo uomo di fiducia, Franco Luppino. Il latitante insomma non voleva avere contatti diretti con i Lo Piccolo che nel frattempo stavano avanzando su tutta Palermo. Forse perché non li riteneva ancora al suo livello nella scala gerarchica di Cosa nostra. Luppino, insieme a Leonardo Bonafede, anche quest'ultimo arrestato, sono elementi di vertice della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, e forse gli uomini di cui Messina Denaro si fidava maggiormente. Gli indagati, infatti, avrebbero gestito la latitanza del boss, controllando anche gli affari illeciti nel trapanese, mettendo le mani su varie attività economiche e su fondi regionali. In questi affari sarebbe stata coinvolta anche la moglie di Luppino, Lea Cataldo, arrestata. Il boss controllava anche un vasto traffico di droga che arrivava settimanalmente da Roma, gestito da Domenico Nardo, Franco Indelicato e Leonardo Bonafede.Della rete di favoreggiatori che avrebbe coperto la latitanza di Matteo Messina Denaro fa parte pure un cugino del boss trapanese; secondo gli inquirenti, avrebbe anche imposto il pagamento di tangenti a imprenditori. In base alle indagini, inoltre, i boss trapanesi detenuti, molti dei quali sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, riuscivano a far arrivare all'esterno del carcere messaggi che erano anche diretti a Messina Denaro. Proprio per questo collegamento fra dentro e fuori il carcere, sono in atto perquisizioni in 15 istituti di pena, con la collaborazione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti trapanesi, che risultano in contatto con gli indagati dell'inchiesta Golem. Le perquisizioni sono state disposte negli istituti di pena dell'Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia. Fra i boss in cella ci sono Mariano Agate, 70 anni, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, detenuto da 15 anni, condannato a diversi ergastoli; Filippo Guttadauro, 58 anni, cognato di Messina Denaro, arrestato nel luglio 2006, indicato nei pizzini che si scambiavano Bernardo Provenzano e Messina Denaro, con il numero '121'.Gli investigatori, durante le prime perquisizioni hanno acquisito diversi elementi importanti, già al vaglio degli inquirenti, e per questo motivo stanno valutando la possibilità di chiedere al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria l'immediato trasferimento di alcuni detenuti in altri istituti di pena.I provvedimenti di custodia cautelare sono stati richiesti dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai sostituti della Dda, Paolo Guido, Roberto Scarpinato e Sara Micucci, e sono stati eseguiti nelle province di Trapani, Palermo, Roma e Piacenza. Oltre all'esecuzione dei 13 ordini di custodia cautelare, gli investigatori della polizia di Stato stanno provvedendo anche al sequestro di beni riconducibili all'organizzazione.I provvedimenti cautelari riguardano: Vito Angelo, di 45 anni, arrestato a Piacenza; Leonardo Bonafede, di 77 anni, di Campobello di Mazara; Giuseppe Bonetto, di 54, imprenditore di Castelvetrano; Lea Cataldo, di 46, di Campobello di Mazara; Salvatore Dell'Aquila, di 48; Leonardo Ferrante, 54 anni; Franco e Giuseppe Indelicato, di 40 e 36; Aldo e Francesco Luppino, di 62 e 53; Giovanni Salvatore Madonia, di 44; Mario Messina Denaro, di 57, imprenditore caseario, cugino del boss latitante Matteo, e Domenico Nardo, di 50, residente a Roma. Le indagini della polizia di Stato finalizzate alla ricerca del boss Matteo Messina Denaro, latitante dal 2 giugno 1993, hanno evidenziato che il capomafia ha effettuato diversi viaggi all'estero, con falsi documenti. I particolari emergono dall'operazione Golem che ha portato all'esecuzione di 13 ordini di custodia. Il latitante ha allargato i propri affari in molti Paesi. Gli investigatori hanno accertato che il boss si è recato in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia. Cosa nostra trapanese avrebbe allargato i propri interessi anche in Venezuela, dove in passato sono stati arrestati due latitanti legati a Messina Denaro, si tratta di Vincenzo Spezia e Francesco Termine. E proprio in Venezuela gli investigatori fanno emergere che vi risiede un gruppo di trapanesi che hanno storici rapporti con il latitante. I documenti falsi al boss, secondo l'accusa, sarebbero stati forniti da un pregiudicato di Roma, Domenico Nardo, di 50 anni, titolare della "World Protection srl", che si occupa di bodygard nel mondo dello spettacolo. Nardo stamani è stato raggiunto da uno dei provvedimenti cautelari. L'uomo, per l'accusa, già in passato ha fornito documenti a un sicario trapanese, Raffaele Urso. Inoltre, nel 2008 avrebbe preso parte ad un summit mafioso con il boss Leonardo Bonafede, anche lui arrestatoi, nel corso del quale hanno parlato di alcuni favori da realizzare nell'interesse di Matteo Messina Denaro. Fra le persone che avevano contatti con alcuni indagati di mafia vi sarebbe l'ex maresciallo della guardia di finanza, Achille Felli, adesso in pensione e collaboratore della segreteria del senatore Carlo Vizzini (Pdl). La polizia di Stato gli ha notificato stamani un avviso di garanzia per favoreggiamento aggravato dall'avere avvantaggiato la mafia. L'ex finanziere è stato in passato la tutela di diversi magistrati della procura di Palermo. Fra gli altri avvisi di garanzia (18 in totale) vi è pure quello di un funzionario della Regione, Girolamo Coppola, fratello di Filippo, indagato per mafia. Il funzionario è accusato di aver pilotato o favorito finanziamenti pubblici a società vicine a indagati per mafia trapanesi. Avvisi di garanzia sono stati notificati anche ai figli dei noti commercianti palermitani di abbigliamento Niceta. Si tratta di Massimo e Piero Niceta accusati, insieme ai figli del mafioso Filippo Guttadauro, Francesco e Maria, di intestazione fittizia di beni. Sono indagati nell'ambito dell'inchiesta "Golem" che riguarda i favoreggiatori del boss latitante, Matteo Messina Denaro. Secondo l'accusa il padre di Massimo e Piero Niceta avrebbe incontrato Filippo Guttadauro con il quale si sarebbe accordato per poter aprire due negozi nel centro commerciale "Belicittà" che si trova nel Trapanese. Per queste nuove attività Guttadauro avrebbe dato il proprio consenso, facendo gestire i negozi ai figli, così come il commerciante di Palermo avrebbe fatto affidandoli ai figli Piero e Massimo Niceta. È ritenuto dagli inquirenti il postino di Matteo Messina Denaro, boss di Cosa Nostra, Vito Angelo Barruzza, 45 anni, arrestato all'alba a Piacenza dalla squadra Mobile nel quartiere della Farnesiana. Da due anni era tenuto sotto costante intercettazione con l'utilizzo di sofisticati mezzi tecnici, e i suoi movimenti erano seguiti passo a passo.A Piacenza, secondo gli inquirenti, non svolgeva attività mafiosa: suo compito era quello di portare pizzini che dovevano pervenire a Messina Denaro. Pizzini che erano avvolti in nastro adesivo, in modo da non consumarsi. I messaggi secondo le indagini compivano numerosi giri, sempre diversi, prima di arrivare al boss. Barruzza era stato arrestato già in passato per vicende di mafia, aveva scontato la pena e aveva fissato la sua abitazione a Piacenza, dove aveva avviato un'attività come titolare di una impresa edile. Secondo la polizia, compiva frequenti viaggi a Campobello, nella zona di Mazara del Vallo, dove avrebbe incontrato personaggi legati a Messina Denaro.

1 commento:

  1. La Procura ha chiesto la condanna a due anni per Onofrio Niceta, a giudizio davanti al gup Lorenzo Matassa (in abbreviato), per bancarotta semplice dopo il fallimento della catena di negozi d'abbigliamento palermitana. In ordinario c'è il figlio Angelo che, da circa un anno, collabora con i magistrati e ha rivelato i rapporti fra suo zio Mario (deceduto nel 2013) e il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Angelo Niceta è sotto protezione per le sue dichiarazioni ai pm Pierangelo Padova e Nino Di Matteo. Angelo accusa anche i figli di Mario: Massimo, Piero e Olimpia, dopo la morte del padre sono diventati gli eredi dell'impero economico poi sequestrato. Un tesoro da 50 milioni di euro, diviso in 11 società che si occupano della gestione dei negozi di abbigliamento, ma anche di un grande patrimonio immobiliare composto da 12 fabbricati e 23 terreni.

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