giovedì 26 marzo 2009

Il federalismo fiscale è ancora un vessillo ambivalente

"Regaleremo il federalismo agli italiani", ha detto Umberto Bossi. "Vinciamo le elezioni e regaliamo il federalismo a Umberto", ha precisato Roberto Maroni. All'Umberto e all'Italia, dunque. Federalismo per tutti! E' abbastanza recente per poter essere ritenuto attendibile uno studio degli artigiani di Mestre (in sigla CGIA) che nel 2007 ha effettuato e resa pubblica una elaborazione dei dati della Ragioneria generale dello Stato in cui raffronta il saldo finanziario di ciascuna regione italiana. Il saldo esprime la differenza tra le principali imposte che i cittadini di ciascuna regione pagano allo Stato centrale e i benefici che ritornano sul territorio sotto forma di trasferimenti statali alle amministrazioni locali. E qui qualche sorpresa la si trova. Perché se è vero che un cittadino lombardo ci rimette quasi seimila euro l'anno (saldo tra quanto paga e quanto riceve); è altrettanto vero che un cospicuo credito lo vantano anche i laziali. Il Lazio, appena dopo la Lombardia e però prima del Veneto, dà molto di più di quanto riceve. Un cittadino romano versa in media 5060 euro in più: il saldo finanziario negativo è evidente e nettissimo. Un romano dunque ci perde circa duemila euro in più di un concittadino del ricco nord-est (il Veneto ha un saldo pro-capite di tremila euro). A seguire gli emiliani, poi liguri, marchigiani, umbri e abruzzesi. Tra gli italiani che ci guadagnano, al primo posto, e siamo comunque nel nord, troviamo i valdostani (3198 euro pro capite), poi i trentini (2459 euro), i lucani, i siciliani, i sardi, i calabresi. Verso un quasi pareggio, i molisani, i campani e i pugliesi (rispettivamente ricevono a testa 496, 215 e 91 euro più di quel che danno). Si dirà: le due regioni del nord citate ricevono così tanto grazie alla autonomia speciale da sempre goduta. Perciò non fanno testo. Sul residuo fiscale delle Amministrazioni pubbliche, si è applicato - sempre nel 2007 - il Centro Studi Sintesi per conto di Unioncamere Veneto. Ha sviluppato i dati riferiti alla differenza tra quanto viene raccolto in tasse e quanto si spende di quei tributi su quei territori. Ancora una volta, la Lombardia riceve da ciascun suo contribuente più di quanto spende, pure i veneti e i toscani. Così, a saldo negativo, si trovano pure Marche e Piemonte. C'è dunque un'Italia che paga il conto del ristorante anche all'altra che invece non può permetterselo. E qui, una novità: i friulani partecipano al pasto ma non saldano. Lasciano agli amici il piacere di farlo (residuo fiscale di 2615 per ogni abitante). Anche i liguri (2285 euro procapite), oltre ai trentini, agli altoatesini e ai valdostani. Se la geografia non è un'opinione, e i conti fatti dalla CGIA di Mestre (poco pubblicizzati e ancor meno dibattuti) sono esatti, qualcuno dovrebbe delle spiegazioni.Il federalismo fiscale è ancora un vessillo ambivalente. Dal punto di vista politico è un successo della Lega e la prova che il partito di Bossi conta parecchio nella maggioranza, al termine di un viaggio parlamentare durato circa vent'anni. È anche una delle prime importanti riforme di sapore istituzionale varate nell'attuale legislatura. Nel merito, tuttavia, la legge su cui l'opposizione si è divisa (astensione del Pd, no dell'Udc e sì dell'Italia dei valori) suscita diversi dubbi e non solo nelle file del centro-sinistra. Come ha detto Giorgio La Malfa, che fa parte della maggioranza, la legge «o aumenterà il debito o aumenterà le tasse».È un argomento ufficialmente respinto, ma nessuno a tutt'oggi sa dire quanto costerà mettere in pratica l'impianto federalista. Come nessuno è in grado di sapere quanto tempo dovrà passare prima che i cittadini riescano ad apprezzare la maggiore efficienza e lo snellimento burocratico promesso dalla Lega.Comunque sia, il centro-destra, attraverso Bossi, ha imposto negli anni un grande tema che è diventato patrimonio dell'intera coalizione di governo. Non solo. Come si è visto, il federalismo ha fatto breccia a sinistra, se è vero che Franceschini si è mosso stavolta nel solco di Veltroni, confermando alla Camera la benevola astensione del Senato e giustificandola con alcuni ritocchi al testo che il governo ha accettato.Sappiamo che non tutti nel Pd erano d'accordo e qualche dissenso si è manifestato in aula. È vero però che lo spirito con cui si è votato esprimeva un sostanziale consenso, trasversale ai diversi schieramenti. Con l'eccezione del centro di Casini, gli altri gruppi hanno aderito all'idea federalista. Non è facile andare contro lo spirito del tempo e nessuno – salvo appunto l'Udc – si è cimentato nell'impresa.Tanto più che nel Pd la spinta «nordista» (da Chiamparino a Cacciari, dalla Bresso a Penati) è più forte con Franceschini che con Veltroni, in base alla convinzione che bisogna contendere i voti ai leghisti sul loro territorio, palmo a palmo: senza paura di usare in qualche caso gli stessi argomenti del Carroccio, appena rimodellati.L'ambivalenza del vessillo federalista ha poi un altro aspetto. Ed è il «sì» della Camera all'ordine del giorno proposto dal segretario del Partito democratico, in cui si raccomanda l'adozione della «bozza Violante» come traccia delle future riforme istituzionali. Senza questo passaggio difficilmente il Pd avrebbe potuto astenersi. Ora invece si può collegare il federalismo fiscale a una più generale prospettiva – per ora tutta sulla carta – che investe le modifiche alla Costituzione. È la nuova architettura repubblicana descritta giorni fa dal presidente della Camera, non a caso molto soddisfatto del clima parlamentare.È opportuno essere scettici di fronte a questi segnali. Sono ancora troppo fragili per autorizzare l'ottimismo. Del resto, di riforme si parla inutilmente da anni: ne sono passati quasi undici dall'esito infausto della Commissione Bicamerale D'Alema. Non basta un ordine del giorno o un voto di astensione per rispolverare il fatidico «spirito costituente». Tuttavia è vero che Pdl e Pd hanno trovato, almeno per un giorno, un punto d'equilibrio. Nell'imminenza del congresso costitutivo del Popolo della Libertà, è un fatto significativo. Il resto verrà nei prossimi mesi. Affinché un progetto riformatore abbia consistenza c'è bisogno che il Pd esca dalle urne senza troppe ferite.

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