lunedì 23 febbraio 2009

Parentopoli al Bds


La parentopoli del Banco di Sicilia scuote il centrodestra. Giovedì sera, mentre circolavano freneticamente i nomi degli ultimi assunti "eccellenti" nell' istituto, l’ex presidente dell' Ars Gianfranco Miccichè ha preso il telefono e ha chiamato il numero uno di Piazzale Ungheria. Manifestando tutta la sua contrarietà nei confronti dell' operazione che, prima della fine dell' anno, ha portato 22 nuovi impiegati al Banco, tutti (o quasi) con solidi collegamenti nelle istituzioni: congiunti e amici di deputati e assessori regionali, manager pubblici, sindacalisti, persino la figlia di un magistrato. Uomini (e donne) vicine a membri del consiglio d' amministrazione. Più passano le ore, e più filtrano nomi (o, meglio, cognomi) di spicco: sono stati confermati dall' istituto pure quelli di Giovanni Crosta, figlio del presidente dell' Agenzia per le acque e i rifiuti (vicino a Cuffaro), e di Valeria Giambrone, figlia del presidente dell' Azienda siciliana trasporti (legato al ministro Angelino Alfano). Il tutto, nell' irritazione fatta trapelare anche ieri da Unicredit, la capogruppo che ora si chiede se sia questa la "sicilianità" difesa dai vertici del Banco. Miccichè attacca: «Un' operazione che è una chiara espressione di debolezza, in un momento in cui il Banco sta conducendo una grande battaglia per tutelare l' autonomia dell' istituto. Fino a quando si portano avanti certe pratiche, in Sicilia battaglie serie non se ne possono fare». Una vicenda, questa, che costringe Miccichè a prendere le distanze anche da Mancuso: «Il vertice del Banco su questa operazione è scivolato su una buccia di banana, ma è il sistema che non funziona. E quando mi dicono che queste assunzioni erano state concordate da tempo, in occasione del passaggio fra Capitalia e Unicredit, mi sento peggio. In trattative così importanti bisognerebbe chiedere garanzie per duemila occupati, non per venti. E invece ci svendiamo per un tozzo di pane...». Parole dure, che spingono i maligni a supporre che Miccichè ci sia rimasto male perché tenuto fuori dalla partita delle assunzioni. Lui replica: «Se avessi saputo avrei fatto saltare tutto». Ma, sempre secondo Miccichè, la Regione non deve ritirarsi da Unicredit: «Queste assunzioni ci hanno indebolito nella trattativa, regalando a Profumo su un piatto d' argento la non credibilità della classe politica siciliana. Ma nonostante questo scivolone, bisogna sostenere le ragioni della nostra presenza. Anche perché abbiamo una forza che Profumo non ha capito: noi gestiamo danaro pubblico, e tocca alla politica siciliana, nel modo giusto, tutelare questi interessi». Il dibattito è aperto: vendere o no? E il quesito spacca il centrodestra. Il presidente del Senato, Renato Schifani, è per l' uscita della Regione dal gruppo bancario. Sulla stessa posizione si schiera Raffaele Lombardo: «Invece che sottostare ai grandi colossi finanziari e lamentarsi, investiamo per mettere in collegamento una serie di piccole e medie banche, cooperative e no, che potrebbero mettersi in rete, così da competere sul territorio». Rita Borsellino chiede «un dibattito serio in Parlamento sull' accesso al credito in Sicilia”. E compare, fuori dal recinto della politica, la primogenita del procuratore reggente di Caltanissetta, Renato Di Natale, e il figlio di un dirigente sindacale palermitano della Fabi, Vincenzo Marino. Ce n' è abbastanza per destare la perplessità dei vertici di Unicredit, pronti a chiedere agli interlocutori dell' Isola come si sposi questa manovra con il piano appena avviato di 720 esodi e se sia questa la «sicilianità» del Banco per cui si batte il presidente dell' istituto, Salvatore Mancuso, che ha contrastato le scelte di dirigenti fatte a Milano: dal capo del personale Maurizio Scala al direttore generale Roberto Bertola, ora affiancato da Lopes. Peraltro, il caso-assunzioni, fanno notare negli ambienti di Unicredit, giunge subito dopo l' annuncio, da parte della capogruppo, dell' intenzione di non rinnovare la convenzione con il Banco di Sicilia, in scadenza a luglio.

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