mercoledì 25 febbraio 2009

CISL-UIL CONTRO L’ATTUAZIONE DELL’ART. 39 DELLA COSTITUZIONE

E' di 121 milioni e 440 mila euro l'anno il costo stimato per la pubblica amministrazione delle assenze per motivi sindacali. Il ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha fatto della trasparenza la linea guida della sua attività, ha messo on line sul sito del ministero una sintesi della relazione al Parlamento su questa questione. Si tratta di 18 pagine di dati e grafici, senza alcun commento. I dati si riferiscono al 2006 e quasi tutte le amministrazioni (l'83,73%, da cui dipende il 95,48% degli impiegati pubblici) hanno adempiuto all'obbligo di fornire i dati richiesti. Le 830.598 giornate di distacchi retribuiti, calcola la relazione, corrispondono ad un anno di assenza dal servizio di 2.276 dipendenti, a cui ne vanno sommati altri 47 per le 17.095 giornate di permessi cumulati sotto forma di distacco. Ci sono poi 263.466 giornate di permessi retribuiti per l'espletamento del mandato, corrispondenti all'assenza, sempre per un anno, di 1.198 dipendenti, e 115.868 giornate per le riunioni degli organismi direttivi statutari (527 dipendenti). Infine, ci sono 140.169 giornate di aspettative e 2.178 di permessi non retribuiti, che equivalgono ad altri 394 dipendenti assenti per un anno. Bisogna poi considerare le aspettative e permessi per funzioni pubbliche elettive: sono 817.144 giornate, equivalenti a 2.239 dipendenti assenti e a un costo stimato di altri 67 milioni. La parte più elevata del costo (quasi 30 milioni) deriva dai distacchi e permessi di Regioni ed enti locali, seguite dal Servizio sanitario nazionale (22,6 milioni) e dalla scuola (poco più di 20). Quarti, ma molto distanziati, i ministeri (11,8). Costi di rilievo anche per enti pubblici non economici (8,7 milioni), Polizia (6,6), agenzie fiscali (6,1) e Polizia penitenziaria (5,5). Per tutte le altre branche dell'amministrazione le cifre sono molto minori. Il costo delle aspettative per cariche pubbliche elettive ricalca grosso modo la classifica precedente, tranne il fatto che in questo caso i corpi di polizia mostrano dati estremamente bassi. In Italia chiunque si può svegliare una mattina con l’idea di far casino, fondare un sindacato dalla sigla impronunciabile, stampare un volantino che annuncia uno sciopero e sedersi in poltrona e vedere l’effetto che fa. Il risultato è che nuove sigle saltano fuori tutti i giorni e nessuno sa esattamente quante siano in un certo momento quelle in campo. Di più: è impossibile sapere, e questo vale anche per le più importanti, quanta gente rappresentino. A dispetto del peso che esercita ,insomma, in Italia il sindacato è soggetto indefinito. Tutto ciò per un motivo molto semplice: su questo punto la carta costituzionale è rimasta lettera morta. L’art. 39 afferma che l’organizzazione sindacale è libera e che nessuno le può imporre obblighi se non quello della registrazione ,che richiede come unico requisito l’esistenza di un ordinamento interno a base democratica. Ciò premesso ,dice che i sindacati hanno personalità giuridica e che possono ,rappresentare unitariamente in proporzione ai loro iscritti ,stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. L’art. 39, che pure non risulta sia mai stato abrogato né riscritto, non ha trovato uno straccio di attuazione e il dibattito sulle conseguenza della lacuna si trascina inutilmente da anni. Perché il sindacato, o almeno una parte, a questa conta non ha nessuna voglia di sottoporsi. A rifiutarsi sono la Cisl e Uil. Il loro timore è che regole rigide sulla rappresentatività finiscano per consegnare alla Cgil un completo dominio della contrattazione di alcune categorie. Come per esempio quella dei metalmeccanici. Così, ci si continua a baloccare con le parole senza che accada nulla in concreto.

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